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Cara Berlino, io me ne vado

Cara Berlino,

Io me ne vado. Me ne vado perché mi hai stravolto. Ti sembra il caso di entrare così violentemente nella carne della gente? Ti sembra il caso di avermi fatto girare per giorni qui da te senza ombrello perché il vento li spezzava tutti, e senza una meta perché da te è bello perder tempo anche quando si hanno altre cose da fare, sporcarsi di foglie e di fango e mangiare un kebab all’angolo di Revaler Strasse? Non la voglio la droga, no, niente erba, niente coca, niente speed grazie, ho detto che mangio solo un kebab mentre guardo voi che suonate, pisciate all’aperto e fermate i passanti. Prima o poi mi convinceranno se continuo a fermarmi a lungo qui.

Ho iniziato a scriverti da Shakespeare and sons, dove ho imbrattato il pc di maionese e pancetta. Ho capito che tra me e gli altri, oltre al silenzio, ci poteva essere anche questo piacevole gioco di sguardi reciproci tra una pagina e l’altra del libro che si ha sotto gli occhi. Da quando ti ho conosciuto non esco mai senza un libro nella borsa. È un po’ come uno scudo, mi serve per riempire i vuoti e distrarmi dal freddo, li trovo per strada e costano di meno delle sigarette.

Poi, cara Berlino, da quando ti conosco soffro di irrequietezza notturna. Ogni notte cerco di ricordarmi chi sono e poi finisco col pensare a chi sei tu, a cosa non ho ancora visto, a come mi sto adattando con mal celato piacere alla tua mancanza di luce, mancanza di orari, al mangio quando mi pare, mi lavo quando mi pare, mi vesto come mi pare, col maglione di seconda mano pagato 2 euro e la sciarpa in regalo.

Davanti a me nella libreria c’era un tipo con la giacca di pelle color cognac e i capelli rossi e dopo qualche ora l’ho incontrato di nuovo, poco lontano da dove eravamo seduti. Scattava foto su Oberbaumbrücke e scommetto che in alcune ci sono anche io. Ci siamo fermati a guardare insieme gli stessi angoli e le scarpe colorate appese sotto il ponte ma non abbiamo detto una parola. Quelle scarpe le ho fissate ogni giorno per un mese e ancora non riesco a spiegarmi perché ai miei occhi siano più belle e affascinanti di uno scacciapensieri.

Un po’ come te, che di veramente bello hai poco ma cavolo continuo a guardarti avidamente ogni santo giorno, da quando mi hai spedito in un plattenbaute di Marzahn, a casa con Pavlina e suo fratello, coi gruppi punk che giravano per le strade e i grandi centri commerciali sempre pieni di gente. Era un po’ triste vivere lì, te lo devo dire, ma bastava prendere una birra dal frigo e mettersi dal balcone a guardare i mulini e il verde intorno e pensare che forse era destino iniziare a conoscerti bene dalla periferia, dopo la prima settimana di bagordi a Kurfürstendamm con le australiane, l’ingegnere di Londra e il mio coinquilino liberiano.

Ti ho regalato un sacco di soldi in quei giorni, sono stata un’irresponsabile, ma volevo vivere anche i quartieri che non posso permettermi, così, perché da quando ti ho conosciuto ho deciso di fare solo quello che mi piace e di pensare alle possibilità, alle opportunità che escono fuori quando meno me lo aspetto. Un po’ come lo sfratto dall’appartamento di Marzahn e il mese di ottobre trascorso nel ridente quartiere di Moabit a casa col libanese.

Ci piaceva mangiare insieme quelle pizze croccanti come crackers e poi sciogliere le bustine di cappuccino nell’acqua bollente. Parlava solo arabo e tedesco, non potevamo fare grandi discorsi ma importava poco, ci saremmo salutati presto perché mi ero innamorata di Lichtenrade e dei suoi lunghi viali alberati.

Ma dico, Berlino, ti sei mai guardata allo specchio? Hai visto come sai essere romantica anche tu, dal binario della S-Bahn 2 in giù, con tutte quelle villette abitate da anziani? Mi piaceva svegliarmi a Lichtenrade e guardarti perdere le foglie, mentre facevo colazione con la spremuta d’arancia e la torta di mele prima di correre e prendere l’autobus sulla Yorkstraße e ritornare a pensare al tempo che passava e a quanti must della Lonely Planet non avevo ancora visto.

Sono sicura, però, che le guide per turisti non consiglino di passeggiare a Grunewald di notte, col cuore in gola per la paura di perdersi o di incontrare un malcapitato. Non consigliano nemmeno di entrare nelle case degli sconosciuti, ma non ti avrei mai conosciuto così come ti vedo ora e non avrei trovato la casa che sto lasciando, qui in Friedrichshain.

Sì, è già finita e come vedi metà delle mie cose aspettano di esser prese da qualcuno che prima di trovarle aveva timore di passare al freddo l’inverno qui da te, invece adesso avrà una coperta calda e delle scarpe da indossare.

Non so come sarà possibile ritornare a bere il caffè a casa e non pensare all’italiano di Boxhagener Platz e alla sua caffetteria all’aperto, a quel cinema/salotto dove il tempo sembrava fermato, agli spaghetti di soia delle 3 del mattino che mangiavo prima di affrontare i 4 piani di scale per arrivare qui dove sono ora. Ho disfatto il letto e pulito la stanza, Berlino, perché io me ne vado.

Me ne vado ma non è un addio. Tornerò, ora che so come prenderti, se non altro per conoscere gli altri volti che ancora non mi hai mostrato.

 

 

 

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