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L’ortografia, questa sconosciuta!

Quando mi capita di dare lezioni di lingua italiana, noto che molti degli studenti hanno problemi soprattutto con l’ortografia.

Essendo studenti, la lacuna è ancora colmabile nella maggior parte dei casi, perché quando si è giovani e ancora dietro i banchi di scuola è più facile esercitarsi sulla lingua e migliorare in fretta. Cosa che purtroppo diventa difficile con l’avanzare degli anni.

Bisogna, quindi, cercare di risolvere i propri dubbi riguardo all’uso corretto della lingua italiana appena essi sorgono, senza paura di sembrare inadatti e impreparati. Quando si studia una nuova lingua o si perfeziona la propria, l’ignoranza è il punto di partenza verso una maggiore conoscenza dell’argomento. Quando non si interviene, si corre il pericolo di trascinarsi col tempo questi dubbi per tutta la vita, con la conseguenza che gli errori non smetteranno mai di invadere i nostri testi.

Trovare per caso un refuso su un testo è passabile, due a distanza di tante righe sono anche comprensibili, ma presentare un testo fitto di errori di ortografia induce il lettore ad abbandonare la pagina e a cambiare subito la propria opinione rispetto a chi propone un contenuto di bassa qualità.

È proprio così. Una buona ortografia ha la capacità di alzare il livello di qualità di un testo.

Ho pensato, quindi, di ribadire alcune regole di ortografia che oggi sembrano ignote ai più, sperando che possano esser utili a chi mi legge.

Qual è

Non bisogna assolutamente inserire un apostrofo tra qual ed è per una semplice ragione. In questo caso, qual non deriva dall’elisione della e finale di quale, ma è una parola tronca utilizzata soprattutto in testi poetici. La parola che subisce troncamento non vuole mai l’apostrofo. Chiarito questo, l’espressione non presenta l’apostrofo anche all’imperfetto. Ho spesso letto testi in cui la regola era rispettata soltanto con la terza persona singolare del presente e violata all’imperfetto. Vi basti ricordare che col verbo essere si usa sempre il qual tronco.

Accento acuto o accento grave?

L’accento grave, quello della è verbo, per intenderci, si usa per indicare un suono aperto, invece l’accento acuto, quello che dovreste sempre mettere su parole come perché, poiché, sé, indicante un suono chiuso. In italiano, di solito, non si segna l’accento tonico sulle parole, ovvero sulla sillaba su cui cade l’accento, a meno che non ci troviamo in casi di due omografi il cui significato potrebbe non esser chiaro nel contesto in cui è utilizzato.

Gli accenti da evitare assolutamente

Su parole come sto, sta, fu, so è vietato indicare l’accento e ve ne potreste accorgere facilmente quando scrivete su un foglio elettronico con la correzione automatica attivata. La linea rossa indica appunto che la forma con accento non è accettata nella lingua italiana!

Il verbo dare

Il verbo dare richiede un accento obbligatorio nella terza persona singolare del presente indicativo, , necessario per distinguere il verbo dalla preposizione semplice da. Detto questo, gli altri accenti sono facoltativi. Riguardo alla questione sull’accento della forma do, rimando per correttezza ad un articolo della Treccani.

È davvero difficile per un parlante italiano confondere la nota musicale do con la forma del verbo, per questo non sembra necessario dover sottolineare con l’indicazione dell’accento la presenza di un verbo. Ho letto che, ultimamente, molti insegnanti vorrebbero sfruttare l’analogia dà/dò per fissare la regola nella mente degli studenti, e magari potrebbe funzionare. Spesso, quando si studia una lingua, compromessi del genere sono necessari se per un buono scopo. Non sarebbe più semplice, però, spiegare agli studenti che l’accento ha un valore distintivo tra forma atona e tonica, focalizzandosi sulla funzione logica dei due termini? Solo un consiglio spassionato.

Non confondere l’apocope con l’accento!

Il simbolo grafico dell’accento è, appunto, l’accento acuto, grave o circonflesso. Quando si ha l’incontro tra due vocali, con conseguente caduta della prima vocale, la caduta si indica con l’apostrofo. Questo simbolo è utilizzato anche in caso di apocope, ovvero quando si verifica la caduta di vocale o di una sillaba indipendentemente dall’incontro con un’altra parola. È assolutamente sbagliato scambiare i due segni e usare l’accento nelle forme dell’imperativo come fa’, di’, o in parole come po’, mo’, be’ le quali sono il risultato della caduta della vocale finale.

Eccezione: l’unica parola che ha subito troncamento, che regolarmente non è indicato da alcun segno, presenta l’accento,  ed è piè (piede).

Elisione a fine di riga

So bene che quando si scrive su un foglio e si arriva alla fine della riga molti iniziano a sudare e a pensare a quale sia il modo più semplice per proseguire sulla riga successiva quando si ha un’elisione in corso. Molti preferiscono evitare di finire una riga con un l’apostrofo ma oggi, per motivi tipografici e visto che si ricorre spesso a questa soluzione anche quando si scrive per il web, è più che accettabile. Risulta foneticamente forzato, invece, il ripristino della vocale elisa a fine riga. Nei casi in cui sia possibile, si consiglia di ricorrere alla divisione in sillabe, spesso ignorata ma che torna utile non solo quando si scrive ma anche quando si impara a leggere una nuova lingua. Saper riconoscere le sillabe che costituiscono le parole è fondamentale per riuscire a pronunciare le lunghissime parole tedesche, ma anche per comprendere bene la fonetica inglese o francese.

Se hai dei dubbi riguardo alla divisione in sillabe, puoi anche consultare siti come questo e risolverli in tempo!

Se avete dei dubbi riguardo a queste regole che ho esposto, fatemelo sapere! Nel prossimo articolo dedicato alla lingua italiana parlerò di…Punteggiatura!

A presto!

 

 

 

 

 

 

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Alcune cose che dovresti sapere su Instagram

Parliamo di Instagram.

Instagram per me è un social media recente, l’ultimo che ho aperto, nel 2014, e l’ultimo per ordine di importanza, fino a poco tempo fa. Non me ne sono accorta presto dell’Importanza di Instagram perché, puntando tutto su Facebook e sulla possibilità di scrivere lunghi post senza i limiti di Twitter, le foto le avevo messe da parte.

Col senno di poi, oggi avrei una galleria più ricca e variegata, ma come spesso mi accade quando viaggio e vedo un posto per la prima volta ho dei seri problemi a fermarmi a scattare delle foto. Non godere di quello che vedo al momento a pieno mi fa sentire un’idiota, eppure la maggior parte delle persone non si fanno problemi a farsi prendere dall’ansia per scattare la foto instagrammabile del momento. I tempi cambiano e se vogliamo stare al gioco, vivere i social e lavorarci usarli e sperimentare è d’obbligo.

Quindi, ho iniziato a prendere sul serio Instagram e vi assicuro che ho fatto bene.

La comunicazione visiva, lo sanno pure i muri ormai, è quella oggi ha più successo perché semplice, immediata, universale. Quando non sapete cosa dire o non avete il tempo di creare un contenuto articolato o vincente, basta pubblicare una foto e salvarsi dal silenzio stampa.

Funziona sempre, o quasi. Instagram si basa principalmente sulle foto, anche se un testo introduttivo all’immagine è consigliabile perché permette di comunicare con i propri followers e creare una sorta di filo narrativo da portare avanti sul proprio profilo. Coerenza e coesione sono necessari anche quando si racconta una storia attraverso le immagini, non esistono differenze nette tra narratologia scritta e visiva.

Ma veniamo al dunque di questo post. Vi ho promesso delle dritte per usare al meglio Instagram (anche se non voglio certo sostituire Dario Vignali) e qui vi lascio una lista di cose che ho capito grazie alla mia esperienza di social media e qualcosa.

Instagram non è una galleria di immagini

Instagram non è Flickr, una community di proprietà di Yahoo per fotografi professionisti e non. Instagram non è nemmeno Google Immagini e neanche un sito da cui scaricare foto. Instagram è un social network. Se ci sei e non sfrutti l’aspetto social, ci sei solo a metà. Se ci sei per scaricare le foto altrui, rischi delle sanzioni molto severe, non violare il copyright!

Essere social su Instagram vuol dire che se vuoi ottenere popolarità, engagement e un seguito reale devi interagire con gli altri. Cuori e commenti sinceri sotto ai post che ti interessano attireranno l’attenzione anche sul tuo profilo.

Non caricare stock photo per almeno due motivi

A meno che tu non sia un fotografo professionista, la foto stock si nota e non attira nessuno perché è priva della tua personalità. Su Instagram la creatività batte la perfezione: sempre. Il secondo motivo è legato ai diritti di utilizzo delle immagini altrui. Bisogna sempre accertarsi di poterle utilizzare a proprio piacimento.

Esistono due tipi di utenti di Instagram

Chi non ne trae alcun giovamento se non quello di mostrare agli altri la propria vita e le foto dei suoi viaggi e chi apre un profilo o una pagina aziendale per promuovere un’attività o se stesso e, non ci crederei, spesso viene anche pagato per farlo. Soprattutto in questo secondo caso, bisogna pensarci due volte prima di pubblicare foto private sul proprio canale. Non si può certo costruire un profilo con post esclusivamente promozionali, ma nemmeno di foto a caso che non permettano di costruirti un’identità su Instagram. Prima di andare online bisogna pensare al proprio obiettivo e alla strategia per raggiungerlo, creando un piano editoriale che abbracci i diversi argomenti che vogliamo affrontare.

La nicchia

Se hai già una nicchia di tuo interesse, che sia fashion, food, travel o quello che vuoi, potrai certamente sperimentare nella pubblicazione dei post ma saranno i tuoi stessi followers a farti capire che se ti seguono per le foto dei viaggi che pubblichi, per loro una foto del nuovo rossetto acquistato con i saldi non è interessante. Per variare gli argomenti e non lasciarne traccia sulla galleria, prova a usare di più le IG stories. Ti dico questo perché, in genere, non è consigliabile pubblicare e poi eliminare un post dal proprio profilo.

Uso degli Hashtag

Gli hashtag sono delle categorie in cui vogliamo che le nostre foto appaiano. Non esiste un numero magico valido per rendere la foto più visibile. Si legge spesso che bisogna usare almeno 12 hashtag, ma questo numero non ha alcun valore. Ciò che è certo è che il muro di hashtag sotto una foto senza didascalia non è ben visto dagli utenti. Molti preferiscono scrivere gli hashtag nel primo commento sotto alla foto, ma non si può superare il numero di 30 hashtag, altrimenti è Instagram stesso a vietare la pubblicazione del commento. Se invece ne scrive più di 30 sotto alla foto, potrebbe succedere di esser momentaneamente bloccati da Instagram. Meglio evitare.

I Bot di Instagram

Chiariamo subito una cosa. I bot non sono il male assoluto e non vuol dire che un utente stia comprando dei followers inesistenti. Comprare pacchetti di followers indiani e likes un tanto al kg è una cosa diversa e facilmente sgamabile. Esistono alcuni bot in grado di inviare messaggi automatici ai nuovi followers che per un profilo aziendale potrebbero esser molto utili, o bot che semplicemente ci sostituiscono nell’attività di follow/defollow secondo i parametri che noi forniamo al bot. Siamo noi a decidere quali caratteristiche debba avere il profilo da aggiungere alla nostra cerchia e la macchina fa il resto, facendoci risparmiare tempo.

Veniamo al lato negativo dei bot.

Anche se alcuni sono molto efficaci, pensare di lasciare Instagram in balia di bot è da matti e non può che rovinare il nostro profilo. Il bot è un aiuto ma la persona deve monitorarlo, altrimenti ci ritroveremmo dei profili pieni di nuovi likes e followers che non conosciamo, messaggi a cui non abbiamo risposto da settimane e alcuni profili che ci interessavano eliminati dalla nostra lista.Gli utenti affezionati se ne accorgono e si vendicheranno! Da usare con attenzione.

Esiste l’orario perfetto in cui pubblicare?

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Dopo aver sperimentato ogni orario di pubblicazione, inoltrandomi fino alle 3 del mattino solo perché non riuscivo a dormire e avevo voglia di provare i filtri su delle foto che avevo scattato in passato, vi svelo che no, non esiste un orario perfetto per tutti.Devi analizzare i tuoi followers, il loro fuso orario, e ricordarti che in genere nel fine settimana le persone sono meno attive sui social, così come durante gli orari d’ufficio. Se ti colleghi spesso in pausa pranzo, ricordarti che insieme a te anche gli altri utenti nel tuo stesso fuso orario stanno facendo una pausa e che magari per distrarsi stanno facendo un giro su Instagram.

Se hai un profilo aziendale, invece, la cosa più ovvia da fare è controllare le analytics di Instagram e vedere in quali orari in media i tuoi followers si trovano su instragram. Da queste analytics del mio profilo capisco che in media i miei followers non sono molto attivi dalle 2 fino alle 6 del mattino e che, invece, ho un’alta probabilità di trovarmeli online alle 14:00, così come alle 19:00.

Tutto quello che ho scritto non è definitivo. Ogni caso deve esser affrontato separatamente  perché solo voi conoscete il vostro pubblico! Detto questo, ve lo ripeto da scettica quale ero anche io all’inizio di questo percorso, Instagram è una cosa seria, soprattutto se avete un’attività da portare avanti, quindi siate creativi ma con un piano preciso da sviluppare e non dimenticatevi di divertirvi!

 

Foto copertina: © Pexels CC0

 

 

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Momenti di pausa, scrittura come terapia #1

While Writing The Strokes – You only live once

Negli ultimi tempi soffro di iperattività.

Il mio intento principale durante la giornata è quello di avere sempre più cose da fare e di non fermarmi, non dare alla mia malinconia alcun motivo per affiorare a galla. A volte (non sempre) ascoltare di più gli altri che se stessi e svolgere quieti il proprio lavoro è un bene perché permette di applicarsi su quello che bisogna fare senza coinvolgimento emotivo, senza distrazioni.

Ovviamente, questa condizione di atarassia non può durare per sempre, un po’ come le non relazioni, prima o poi l’altro si innamora e allora la vita tranquilla di due anime che si incontrano senza sfiorarsi diventa insostenibile.

Ho bucato il palloncino in cui mi ero rinchiusa per andare avanti senza farmi domande su chi sono e cosa sto facendo, aprendo la vecchia casella di posta elettronica di Yahoo. Sono andata a ritroso nell’elenco delle email inviate fino al 2009.

L’ho fatto in un momento di pausa strappato per necessità ai ritmi serrati che non sono i miei, arrivando ad un periodo della mia adolescenza a cui oggi non rivolgo quasi mai un pensiero. Sono caduta in un vortice di ricordi che hanno fatto risvegliare alcune aree del mio io che pensavo di aver sepolto una volta per tutte, invece oggi tutto è sembrato esser di nuovo così reale, come i muscoli che mi tirano dopo le prime lezioni di pilates.

Non siamo mai come pensiamo di essere

Non ho ancora capito se dipende dal fatto che la vita che scorre per conto suo e non permette di fermarsi a osservare la propria immagine esatta riflessa sempre nella stessa acqua o perché, semplicemente, non ne avvertiamo il bisogno, fino a quando non commettiamo un errore come il mio e ci troviamo con gli occhi che a stento trattengono l’emozione, a rileggere le nostre email in Comic Sans del 2009.

In quegli anni ero un’adolescente che scriveva diari molto tristi, di quelli che si riempiono subito di inchiostro versato di getto, di sera, prima di andare a dormire. Scrivevo con foga con una mano che ancora non aveva affrontato prove più dure, come firmare correttamente il certificato della propria laurea triennale davanti al presidente della commissione tanto temuto, i contratti di affitto, le disdette, le denunce e lavori da trapezista digitale.

In quegli anni che oggi a rileggerli sembrano appartenuti a un’altra persona, penso di aver superato tutti i piccoli ma apparentemente invalicabili problemi della vita giovane che cambia e conosce il mondo al di fuori di essa sopratutto grazie ad alcune email conservate in questa casella di posta.

Nel 2009 il Liceo Classico era il luogo in cui per la prima volta ho posato uno sguardo consapevole su me stessa, per dirlo alla Yourcenar, circondata da altri sguardi che non sempre guardavano nella stessa direzione del mio. In quegli anni ho però avuto la grande fortuna di scontrarmi e poi trovare conforto in occhi di professoresse amiche che mi hanno guardato in modo diverso.

Devo a due occhi azzurri e a una fievole voce il merito di avermi fatto conoscere le Memorie di Adriano nell’inverno del 2006 e ascoltato le mie parole attraverso i quaderni dei temi per casa, a due occhi castani e un sorriso che regala pace le lacrime che ho versato a rileggere la mia confessione di fragilità e di paura di fronte a una vita che è quella che vivo ora.

Le vecchie motivazioni

Alcune incertezze dei 18 anni sono identiche a oggi, come il non sapere ancora quale sia la mia casa e la mia direzione, se preferisco il dolce al salato, e forse ci voleva proprio questo tuffo nel passato passato per ritrovare le motivazioni che a volte mancano oggi, quando di mattina rimango nel letto a pensare a un motivo valido per svegliarmi presto e togliermi il pigiama.

Uno dei motivi validi nel 2009 era l’edizione Oxford del Simposio di Platone del Dover, che la prof della corrispondenza elettronica mi aveva prestato. Dico sul serio, non sapete come quella bella edizione giallo-verde di Platone mi abbia cambiato la vita, dell’emozione di avere un’edizione critica in mano e un’amica con cui parlarne che non mi prendesse in giro per come trascorrevo i miei pomeriggi. Mi rivedo oggi china su quel vocabolario, mentre pensavo a come sarebbe stato fare questo per tutta la vita, abbandonare la certezza degli esercizi di matematica e iscriversi a Lettere Classiche, con tutte le conseguenze che questa scelta avrebbe comportato.

Nella mia vecchia posta di Yahoo leggo delle traduzioni di greco, delle perplessità riguardo agli anni che si sono succeduti con una velocità tale che mi è impossibile raccontarli, delle delusioni per amicizie finite e della paura di non esser all’altezza delle mie aspettative e dei miei sogni che mi ha stroncato non poche opportunità.

Sorrido.

Sono io, oggi non mi era chiaro, mentre pensavo che sarebbe stato meglio rimanere a dormire, lasciar perdere tutto, non riaprire quei libri, non fare quella lezione di latino, non tradurre quei documenti. Sono ancora io, adesso che mi sono fermata e uscita per un attimo dai binari che ho costruito per la mia vita, mi guardo e vedo me che nel 2010 pensavo di non riuscire a far niente di buono in una nuova città, con l’esame di Latino e Glottologia alle porte che mi avevano allontanato dalla mie quotidiane divagazioni.

Momenti di pausa

Niente negli ultimi giorni è stato più impegnativo di questo sforzo di rimanere ferma a pensare a me stessa. Ho scoperto che se la voce trema ancora quando leggo di determinati eventi della mia vita, delle mie vecchie ragioni che ora si sono materializzate in una quasi professione, allora l’insegnamento di onestà intellettuale delle mie care prof è servito a qualcosa.

Ho capito che un momento di pausa, una mattina sotto le coperte con gli occhi gonfi di sonno sono più importanti della continua corsa contro le deadline e che, se un giorno perdiamo il filo di tutto il nostro agire, ci sarà sempre un posto in cui abbiamo conservato una foto di noi stessi, un libro, una manciata di email che ci rinfrescheranno la memoria sulla domanda di sempre

Da dove veniamo?Chi siamo? Dove andiamo?

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Paul Gauguin http://www.tuttartpitturasculturapoesiamusica.com

 

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Professione web editor: chi è cosa fa e strumenti utili per diventarlo

Di cosa si occupa il web editor?

La tendenza di prendere in prestito parole straniere, soprattutto dall’inglese, per definire chi siamo e il lavoro che svolgiamo è ormai una realtà consolidata in Italia che crea non pochi fraintendimenti. I lavori online sono visti spesso con scetticismo proprio per l’usanza di auto-definirsi tramite parole che ancora molti non sanno bene come tradurre in italiano.

La conseguenza principale è quella di esser scambiati per ciarlatani del web o per fan del ppc (pay per click) così tanto promosso sui social come metodo semplice di guadagno accessibile a tutti. Non scenderò nel dettagli di questa pratica, almeno non ora, perché le professioni digitali non sono per niente accessibili a tutti e scorciatoie per assicurarsi un’entrata mensile, e perché richiedono una formazione continua e anche tanta pazienza.

Il web editor, contrariamente a quanto pensano alcuni che in passato mi hanno scritto su LinkedIn, non si occupa di editoria nel senso tradizionale della parola. Alcuni miei contatti mi ha chiesto se, definendomi io web writer/editor, mi occupi della pubblicazione di libri cartacei e di epub. La risposta definitiva a questa domanda è che no, non pubblico libri e non ho aperto una casa editrice. Non posso aiutarvi nella pubblicazione di un vostro romanzo se non mettendo mano sul testo per una correzione bozze o revisione massiccia del testo, definita editing.

Se un editor non è un editore, di cosa si occupa quindi?

Un web editor è un redattore online. Nasce spesso come giornalista o aspirante tale, ama scrivere e difficilmente passa molto tempo senza toccare una penna o una tastiera. Un web editor nasce offline, spinto da un innato desiderio di scrivere e di rendere questa attività la sua professione principale, pur con tutti gli ostacoli che gli si presenteranno durante il cammino. Dopo l’ascesa indisturbata dei blog, dei giornali online e delle nuove forme di comunicazione, il web editor è passato dal quaderno al foglio di Word, non senza dover aggiornare le proprie competenze.

Nonostante io sia convinta che un buon contenuto riesca a far emergere un sito al di là dei parametri consigliabili per un articolo online e del semaforo Yoast SEO che tanti ritengono essere determinante per la performance di un sito, non si può pensare di trasferire un articolo scritto su carta su un sito senza adattarlo al mezzo di comunicazione.

“Content is king and distribution is queen”

Se hai un gran bel contenuto è un peccato non posizionarlo bene online o non condividerlo sui canali giusti. Per ottenere visibilità è consigliabile rivolgersi non solo a uno specialista della scrittura, ma anche a un SEO specialist, una figura fondamentale nel content marketing perché in grado di individuare le parole chiave adatte per mostrare il tuo sito a più persone interessate possibili. A mio parere, l’unico campo che può ancora permettersi di non badare alla propria posizione sui motori di ricerca è quello della scrittura giornalistica, perché gli articoli dedicati alla cronaca o agli eventi hanno un tempo di fruibilità limitato e, soprattutto per quanto riguarda giornali molto noti, provengono da una versione cartacea dello stesso.

Per tutti gli altri ambiti, invece, diversificare il proprio stile è necessario per non finire nel dimenticatoio del web.

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Quali sono le qualità del web writer?

Di solito, il web writer/editor sa bene come adattare un testo per lo scopo per cui è nato. Riesce a scrivere un contenuto di qualità, nel pieno rispetto delle regole grammaticali, e riesce a farsi capire dai suoi lettori, senza troppi giri di parole. In particolare, un web editor di successo riesce a esprimersi nel modo in cui i suoi lettori vorrebbero trovare le informazioni di loro interesse per leggerle con piacere. Questo non vuol dire solo adattarsi al lettore (che rimane per me il fulcro di tutto il lavoro di scrittura) avvicinandosi al suo modo di vivere il web anche sui social network, ma esser se stesso un arguto e insaziabile lettore.

Leggere molto e variare tra i generi, non tralasciando la saggistica e articoli di settori che potrebbero interessarci una collaborazione online non è un hobby, è necessario! Bisognerebbe, quindi, ritagliarsi almeno un’ora al giorno dedicata alla lettura, in casa o in biblioteca, e farlo non pensando ad altro ma a quello che si sta leggendo, perché non sappiamo mai quali tesori è possibile trovare in un articolo di un professionista che seguiamo o anche in un romanzo che abbiamo comprato e messo da parte su uno scaffale.

Prima ancora di viaggiare, i libri sono la chiave di accesso al mondo esterno, e con mondo non mi riferisco solo a città e paesi da visitare, ma anche a punti di vista e idee differenti dalle nostre che ci vengono in aiuto quando dobbiamo occuparci di un argomento che conosciamo poco.

Le parole degli altri sono una miniera di pietre preziose su cui costruire, in modo critico e oggettivo, il nostro castello di parole. Il processo è lungo, faticoso, ma promettente, perché non c’è niente che possa dare più soddisfazioni a un artigiano che vedere una propria creazione nelle mani degli altri. Il web editor, in questo caso, è l’artigiano delle parole.

Strumenti consigliati:

  • Leggere i blog dei web editor professionisti. Si trovano facilmente online e sono ricchi di riferimenti a manuali che possono aiutarci nel percorso formativo.
  • Salvare gli articoli di nostro interesse su aggregatori di notizie come Feedly o Pocket (ne esistono molti altri ma questi sono gli strumenti più diffiusi). Potrai leggere gli articoli quando vorrai senza perderli e soprattutto non solo da pc ma anche su tablet e smartphone. Se hai visto un articolo interessante su Facebook ma sei di fretta, potrai salvarlo sulla app oppure lasciare un like e controllare dopo il tuo Registro Attività.
  • Se hai bisogno di notizie recenti riguardo alle professioni digitali, spesso è più semplice trovarle in lingua inglese. Imposta Google Search in inglese e avvia una ricerca per notizie. Se hai degli argomenti precisi di tuo interesse, puoi creare un alert .Appena sarà pubblicata una nuova notizia nell’ambito di tuo interesse, Google ti segnalerà subito la novità proponendoti gli articoli più recenti!
  • Tieni d’occhio piattaforme collaborative come MediumLinkedIn Pulse, ISSUU. Avete l’opportunità di leggere articoli scritti da professionisti di diversi settori, selezionare le parole chiave e gli argomenti da voi preferiti e anche pubblicare voi stessi un articolo utile per gli altri. Può sembrare una perdita di tempo ma in realtà permette di conoscere nuove persone, farsi conoscere e creare una rete virtuali di colleghi con interessi simili.
  • Se siete interessati al blogging, penso che valga la pena iscriversi e fare un giro su Bloglovin, porterà una ventata d’aria fresca sui vostri schermi. Potete consultarlo da pc ma anche da mobile e vi permetterà di conoscere e seguire nuovi blogger. Fare rete nel blogging è fondamentale, i social aiutano ma anche piattaforme dedicate a questo scopo non sono da meno!
  • Non dimenticatevi dell’esistenza delle librerie, anche quelle piene di libri vecchi di seconda mano. Sono luoghi magici in cui potrebbero nascere amori a prima vista indimenticabili!
  • Rielaborare tutto quello che si è letto e iniziare, finalmente, a scrivere delineando col tempo un nostro stile personale che ci renderà unici in questo oceano di carta e di pagine di WordPress.