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Storie di lavoro digitale 1. Quando lo stage non è formativo

Subito dopo la laurea, quando ho iniziato a pensare al lavoro, ho scoperto forse troppo tardi che le skills necessarie per districarmi nella nuova jungla in cui mi trovavo fossero “semplicemente” la capacità di parlare di sé per iscritto e a voce con una discreta sicurezza di sé, controllando la proprie emozioni, lavorare bene con la tecnologia e rimanere mentalmente attiva, non spegnermi e demoralizzarmi di fronte a nuovi requisiti di abilità e conoscenze da acquisire.

In altre parole, dopo l’Università, che, almeno in Italia, come scopo principale al di là delle mere nozioni ha lo scopo di insegnare il metodo, la formazione vera, quella che passa dalle parole ai fatti, avviene nel mondo del lavoro.

Sono ancora convinta, in base alla maggior parte delle persone che ho conosciuto, che la motivazione e l’interesse reale per un determinato ambito siano fondamentali per ottenere buoni risultati e nei tempi giusti, perché per quanto possiamo esser diligenti e ostinati, alcune strade possono non fare per noi e il tempo passato a cercare di perseguire un obiettivo che non ci entusiasma e per cui non siamo portati non ci insegna nulla, se non la rassegnazione.

Non sono pensieri buttati su carta, o meglio un blog, così, solo per ribadire l’importanza dell’inseguimento dei propri sogni, ma per raccontare il percorso tipico di un laureato nel mondo del capitalismo digitale. Lo hanno definito con questi termini altri prima di me, ma dopo alcune esperienze di sfruttamento, in cui di abilità se ne acquisivano poche, così come pochi erano i guadagni a fine mese e le soddisfazioni personali, penso che non esistano parole migliori per descrivere la realtà di chi voglia trovare un’occupazione in linea con le proprie capacità o che almeno valga la pena svolgere senza provare un senso di repulsione.

La prima proposta di lavoro per un neolaureato (ora mi concentro sull’ambito umanistico perché è quello che conosco meglio), salvo casi eccezionali, è lo stage. Lo stage, però, non è considerato dallo stato rapporto di lavoro ma mero periodo di formazione, in cui un tutor deve occuparsi delle mansioni da affidare al praticante, concedendogli quindi l’opportunità di diventare sicuro e indipendente. Alla fine dello stage, sempre secondo le regole, dovrebbe esser possibile assumere il candidato e quindi passare da un rapporto di somministrazione di conoscenze a rapporto di lavoro.

Nella realtà, molte delle offerte di stage per cui possa valere la pena candidarsi sono riservate a persone che hanno già gran parte di queste conoscenze, spesso non acquisite durante il periodo di studio base. Rimangono così a disposizione stage in cui si ha poco da imparare, se non a rispettare gli orari di ufficio e la gerarchia di un’agenzia o società e svolgere delle mansioni che nessuno posto più in alto ha più interesse di svolgere. A questo punto, i tanti stage formativi proposti, con quasi 40 ore settimanali per poco più di 500 euro mensili (nei casi migliori) a chi dovrebbero far gola?

In un mondo del lavoro coerente con la formazione e le aspettative dei giovani, a nessuno, perché il primo insegnamento che ognuno dovrebbe ricevere è che non bisogna mai scendere sotto un certo livello di compromesso, non bisogna svendere la propria forza lavoro. La svendita delle competente tuttavia persevera, vista l’esistenza di aspiranti lavoratori pronti a tutto pur di far carriera in un ambiente di lavoro che di solito negli annunci si descrive idealmente come “flessibile, giovane e dinamico, aperto alla continua formazione” e poi si traduce con un ufficio in cui il sistema operativo più aggiornato è XP, le videoconferenze sono creazione del demonio e ognuno si arrangia a fare quel che può fino a quando non può tornare finalmente a casa.

Per il lavoro digitale le dinamiche sono molto simili, con l’aggravante che in Italia queste professioni non sono ancora formalmente riconosciute, e si finisce per essere quello che scrive bene senza guardare la tastiera, quello che sta al computer e si diverte con non so cosa. Il webriter, quindi, secondo molte agenzie e privati si accontenta anche di 1 centesimo a parola, perché non gli pesa stare dietro uno schermo, si diverte e ama scrivere.

Non pensavo di dover ricordare ad alcuni recruiters che spesso l’amore è nutrito di sofferenza e sacrifici, ma è grazie a esperienze del genere che ho capito che spesso risulta essere più produttivo un breve periodo di volontariato, o di collaborazione occasionale, piuttosto che uno stage per un’agenzia di comunicazione che vi farà vedere solo da lontano gli strumenti del mestiere.

Non è semplice trovare l’ambiente adatto a sé, in cui svolgere un’esperienza volontaria in grado di ripagare in formazione di alto livello, ma una buona strada da seguire è quella di proporsi ad agenzie, giornali, blog che noi stessi seguiamo con attenzione perché ne amiamo l’approccio comunicativo proposto o pensiamo che potrebbe esser utile per colmare le nostre lacune. In questo caso, una collaborazione, seppur a titolo gratuito, si rivela ricca di risorse e ci aiuta a credere in noi stessi.

Mi direte: “bene, ma se non mi pagano non ha senso, meglio guadagnare almeno 1 centesimo a parola!”

E potrei allora chiederti se consideri una remunerazione del genere per un lavoro fatto male sufficiente per vivere. Non penso che riuscirai a rispondermi positivamente.

In nessuna fase della carriera svendere la propria professionalità o sopportare condizioni di lavoro che non ci fanno vivere in modo adeguato è accettabile. Mentre pensiamo di star facendo qualcosa, anche a se a basso costo e senza soddisfazioni personali, si favorisce soltanto il mercato del ribasso delle professioni umanistiche, dando spazio ad altre opportunità di sfruttamento.

Non ho certamente una risposta vincente che possa portare tutti a concretizzare le proprie aspirazioni, ma so per certo che il primo passo è capire realmente cosa si vuole diventare, cosa ci fa sentire in pace con noi stessi e non perdere mai di vista l’obiettivo, anche mentre siamo intenti a fare tutt’altro pur di mantenerci, perché una crisi è solo un momento di transizione verso un periodo migliore.

“Sono qui per una ragione ben precisa; questi momenti – il lato brutto della vita – si trasformeranno in altrettante pagine.”

John Fante, Chiedi alla polvere

Immagine di copertina: ©Arol Lightfoot  Dreams

CC BY-SA 2.0

 

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