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Arte interattiva e illusioni ottiche al Maca di Acri

Anche ad Acri l’estate sta per lasciare definitivamente il posto al vento fresco dell’autunno e al solito spopolamento che ogni anno vede la città sempre più triste e raccolta intorno a una comunità silenziosa, cinta dai monti che negli ultimi mesi sono stati protagonisti dei giornali, e non per parlare di turismo, ma di incendi dolosi.

(While writing Eno – Hyde – Lilac)

Nonostante i recenti eventi infelici, ad Acri quest’anno sono anche arrivati i turisti, e senza ricercate campagne di marketing per la promozione del territorio. Spesso, per dimenticarci un attimo del malessere in cui alcune cittadine del sud Italia si ritrovano a vivere, basta solo un po’ di cultura, una mostra innovativa e, soprattutto, gratuita e accessibile a tutti!

La mostra di cui sto parlando, disponibile fino al 29 ottobre 2017, si intitola Arte Interattiva, Lo spettatore in gioco: dall’azione dell’occhio all’interazione robotica, a cura di Monica Bonollo e con la collaborazione di Valmore studio d’arte di Vicenza, e è ospitata dal MACA Museo Arte Contemporanea di Acri, che ha sede nello stupendo Palazzo Sanseverino – Falcone del XVII secolo.

Maca  Museo Arte Contemporanea

Già solo una visita al palazzo in sé varrebbe un viaggio ad Acri, che ha sempre più bisogno di turisti e di nuove teste pensanti per ripartire e per far capire che chi da qui chi se ne parte non lo fa mai con piacere, ma se ci mettete anche che ora, oltre alla mostra permanente dedicata al maestro Silvio Vigliaturo, è possibile vedere opere di cinetica e robotica, diventa difficile trovare delle scuse per non affrontare questo viaggio.

Gli autori

Nello specifico, si tratta di artisti del calibro di Ale Guzzetti, Antonio Barrese, Victor Vasarely, Alberto Biasi, Ennio Chiggio, Julio Le Parc, Yvaral, Brian Eno, Joël Stein, Manfredo Massironi, Dario Perez Flores, Gruppo MID, Davide Boriani, Paolo Scirpa, Eros Bonamini, Fausto Balbo, Peter Vogel, uomini che con le loro opere raccontano il cambiamento della percezione della realtà dell’uomo contemporaneo, soggiogato dai mille tranelli offerti dalle illusioni ottiche e dal fascino della realtà aumentata, che oggi non è più così lontana come negli anni ’60.

alt= autori acri

Arte interattiva

Bisogna partire infatti dagli anni ’60 per capire cosa sia cambiato nella società e nel nostro metodo interpretativo della realtà. A farsi portavoce del mutato rapporto tra opera e spettatore sono gli artisti, il cui compito non è più quello di creare ma di programmare un incontro tra la creazione dell’artista e l’uomo che non ne fruisce soltanto come spettatore, ma come protagonista. I primi tentativi di coinvolgimento dello spettatore si traducono in opere che disturbano la nostra percezione di semplici forme geometriche, che messe insieme ci confondono e illudono l’occhio, fino ad arrivare poi a robot provvisti di sensori che, in base al nostro movimento, prendono vita strizzando l’occhio, muovendosi o producendo suoni che sono poi le basi dell’attuale musica elettronica.

Joël Stein diceva:

“lo spettatore, senza il passaggio della critica, potrà fare un’esperienza diretta dell’opera, potrà accettarla, rifiutarla, avvertirla come minacciosa. Ciò che importa è che l’arte non sia più una finestra aperta sulla natura, ma un’esperienza che induce lo spettatore a confrontarsi con qualcosa che non conosce e alla quale deve reagire”

 

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Biasi Alberto, Dinamica

L’arte, per continuare a parlare con i suoi spettatori, oggi più che mai ha bisogno di stimolare il coinvolgimento del nostro occhio e arrivare a noi attraverso la ludicizzazione di esperienze prima riservate a pochi conoscitori della materia.

alt= Dante Alighieri
Ale Guzzetti, Dante Alighieri

Percorrendo le sale della della mostra, la nostra mente non ha il tempo di distrarsi perché i quadri ci guardano e ci seguono con lo sguardo, le linee rette al nostro passaggio cambiano forma e nulla è esattamente come appare all’inizio. Alcuni semplici quadri contenenti circuiti elettrici emettono musica elettronica al passaggio della mano, e il ritmo e l’intensità variano in base alla velocità del movimento così che ogni spettatore diviene autore di composizioni diverse, dal fascino magnetico.

 

Calchi in gesso di sculture classiche scrutano impassibili i volti di robot provvisti di sensori di movimento, in grado di piegare il collo, fare l’occhiolino o cercare ripetutamente di baciare il proprio compagno meccanico troppo lontano da raggiungere.

 

alt= Ale guzzetti vs Michelangelo

Ci troviamo così, senza alcuno schermo, davanti a ciò che l’uomo ha sperimentato e creato nell’ultimo secolo, da un lato la tradizione, il volto di Michelangelo, dall’altro una sterile macchina di circuiti robotici dagli occhi languidi.

E poi c’è l’uomo in carne, ossa e sentimenti, con una missione da portare avanti. Non dimenticare la propria storia, non sottovalutare i progressi che permettono oggi di vivere in un mondo così veloce e interattivo e rispettare e amare, prima di tutto, l’autenticità dell’essere umano.

Questo il messaggio ammonitore dell’opera più rappresentativa della mostra, la Dies Irae di Ale Guzzetti, un trittico di tre sculture col volto coperto da maschere che intonano insieme un canto gregoriano dal suono metallico e inquietante, che ha ben poco a che fare col calore della voce umana. Dunque, niente di meglio di una mostra di robotica per ricordarci ancora una volta Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

Per informazioni utili e orari si rimanda al sito del Museo

 

Dune di Camigliano, Calopezzati

La costa degli Achei, le strade perdute dello Jonio

Se ti perdi sul tragitto che ti conduce a casa, di ritorno dalla meta del tuo viaggio estivo, se ti perdi e sei al sud, vicino al mar Jonio, preso dall’ansia di non arrivare, di non trovare le indicazioni giuste e il segnale che ti salverà dal passare una notte in auto, col volto illuminato a intermittenza dai fari degli altri viaggiatori, fermati sulla Costa degli Achei.

Terra di approdo in tempi ormai remoti di uomini dagli occhi neri e dai lunghi capelli lucenti, pelle abbronzata e sogni dal profumo di ulivo e sapore di vino pastoso e fruttato. Terra di passaggio, dominata a nord da Sibari, con la sua piana fiorente e i balneanti nelle loro case al mare di proprietà da generazioni. Scendendo più a sud, invece, la Costa degli Achei lascia spazio a terre dal sentore di agrume, sabbia di fine granito costellata da un caleidoscopio di ombrelloni.

La Costa degli Achei è quel lungo litorale inanimato che osservi stupito, mentre sei diretto altrove, lontano da dune di sabbia e di erbaccia mai estirpata. Ma se ti fermi, accosti l’auto e attraversi i binari, puoi calpestare quel terreno arido e sporcarti le scarpe di sabbia e graffiarti le gambe, mentre ti inoltri nell’erba più alta. Ma tu, viaggiatore sperduto, non fermarti.

Subito dopo la terra arida e abbandonata a se stessa, potrai trovare la spiaggia e i suoi ciottoli arrivati dalle acque del fiume e fermi sull’ingresso nel mare, come una barriera, un ultimo ostacolo che dovrai superare prima di lasciarti abbracciare dalle acque del mare Jonio.

E quell’abbraccio sarà più intimo di tanti altri che hai regalato in passato al mare che ti ha fatto compagnia per una stagione. Qui, insieme a te, ci sono i gabbiani e poi la desolazione di una costa che non conosce la folla, il rapido accalcarsi di corpi umani l’uno sull’altro per avere ognuno, secondo un universale diritto, la propria fetta di cielo e di sole.

E così mi è capitato di abbracciare il mare prima ancora che mi avvolgesse, tanta era la tenerezza che traspariva dal suo monologo con la terra, durante il cammino sul suo litorale, mentre cercavo in me le risposte da dare alla solitudine che mi circondava, al silenzio interrotto solo a tratti dalle grida degli uccelli che mi osservavano impauriti.

Raggiungo il lido di Calopezzati, piccola realtà della provincia di Cosenza, dal nome che ricorda il mestiere antico degli artigiani forgiatori di vasi o, come vuole un altro ramo della tradizione, conciatori di pelle, e scopro di non essere sola. Qui sulla spiaggia ci sono famiglie, poca musica, pochi bar. Mi avvicino ad un venditore di granite e il limone ha il gusto acidulo e piacevole del frutto spremuto. A porgermi la granita è un uomo giovane e abbronzato cui chiedo quali siano i risvolti dell’incantevole regalo poco antropizzato che mi è stato offerto sotto gli occhi, perché, soprattutto qui in Calabria, ogni bellezza nasconde altrettante ferite e alcune malattie incurabili per le quali non abbiamo trovato ancora altro rimedio se non quello di un rivolgerci altrove.

“Noi di turisti ne vediamo pochi, quelli che vengono sono quelli che tornano, a distanza di anni, con le loro famiglie, ci basta questo. Non abbiamo bisogno del clamore dei media, non abbiamo bisogno del turista che ci criticherà perché noi non siamo come altri, non siamo quelli con le infrastrutture migliori e dai con villaggi turistici premiati per intraprendenza. Noi siamo quelli col mare limpido col fondale in mostra e km di spiaggia libera che non vuole padroni oppressori, ma un futuro sostenibile per tutti noi. Vorremo esser capiti”

Ce la faranno in pochi, forse, a capire le ragioni del perché la Costa degli Achei non prende il volo, di un’economia che parte e va all’estero perché sui ciottoli del Trionto ha costruito ben poco, di strade che non aiutano a capitare se non per caso in posti di ancestrale genuinità, dove siti di importanza comunitaria, come quello delle Dune di Camigliano, possono insegnarci a vedere il mare così come sarebbe senza il nostro intervento e desiderio di rendere artificiale anche la sua bellezza.

Lo capiranno in pochi, forse, come me, che dell’estate amano la malinconia che si respira al tramonto, mentre il sole affonda ormai pallido nell’orizzonte, quando i capelli inzuppati di salsedine sono ormai quasi asciutti, i piedi ricoperti di venature di sale e la mente intenta a misurare la distanza tra questo tramonto di fine estate e il prossimo solstizio d’inverno.

Nel frattempo, ancora una volta, arrivederci fratello Jonio, incompresa Costa degli Achei, mare che per alcuni sei una promessa fatta di speranze e di inno alla vita, per altri un ricordo che stringe il cuore quando fa freddo e si è sempre in quell’altrove che cerchiamo quando non riusciamo a rimanere qui da te.

While writing: Bon Iver, For Emma

 

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