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Perché non puoi più rimandare l’iscrizione a LinkedIn

Nell’ormai lontano 2016 Microsoft prese almeno una buona decisione. Acquistò LinkedIn e investì tempo ed energie su un social che, ad oggi, offre infinite possibilità di crescita superando di gran lunga l’efficacia di molte strategie di comunicazione incentrate su Facebook.

Molti di voi non ci crederanno, perché probabilmente vi siete iscritti a LinkedIn una decina di anni fa senza alcuna cognizione di questo canale e avete lasciato incompleti gran parte dei campi, considerandolo una brutta copia del vostro curriculum che, se è in formato europeo, di lati negativi ne ha davvero tanti (ma questa è un’altra storia).

Iniziamo col dire che i veterani di LinkedIn nell’inverno del 2017 hanno trascorso non pochi pomeriggi a scrivere post o articoli di Pulse su LinkedIn lamentandosi del fatto che la piattaforma fosse diventata più social, interattiva, e frequentata anche da non professionisti che hanno tentato di introdurre i post alla Buongiornissimo Kafféé11! anche qui.

Alcuni di questi utenti sopravvivono ancora, ma per fortuna l’algoritmo di LinkedIn sa nasconderli bene. 🙂

Veniamo a noi.

Perché vi dico che non potete più rimandare l’iscrizione a LinkedIn?

Perché se siete alla ricerca di nuove opportunità lavorative, se offrite servizi attraverso un vostro sito o lavorate online in proprio non esiste un marketplace che superi in qualità i contatti e le relazioni che potete costruire su LinkedIn. Farlo, però, non è semplice, e per questo dovete prendervi del tempo e non mirare subito a risultati tangibili.

Visto che non conosco il vostro livello di conoscenza di questo social, vi propongo dei consigli che per alcuni di voi possono sembrare banali, ma che per altri forse potrebbero davvero fare la differenza.

LinkedIn non è un curriculum ma un trampolino di lancio

La maggior parte dei profili presenti su LinkedIn sono inattivi, poco social ed estremamente freddi. Lasciare incompleta una o più sezioni del profilo vi rende, inoltre, meno visibili e affidabili sul social. Cosa si può fare per migliorare la situazione? Partiamo dal nome del profilo, che deve essere il vostro e scritto correttamente (non sono pochi i profili che presentano nomi in minuscolo o con errori di battitura) e non il nome della vostra attività.

Se desiderate esser presenti su LinkedIn non sono con un profilo personale ma anche come azienda, dove registrare la vostra azienda creando una pagina apposita, così come si fa solitamente su Facebook, cliccando su Prodotti e poi su “Crea pagina aziendale”, per la quale userete il logo della vostra attività, se lo avete. Per il vostro profilo, vi suggerisco di scegliere una vostra foto in cui siate ben visibili. Se non sapete quale foto scegliere, vi lascio qui un articolo in cui trovate dei consigli utili per non incorrere in errori da principiante. Se poi volete affidare ad una app la scelta dello scatto perfetto, vi consiglio di sottoporre la foto da voi scelta all’analisi di Snappr, che vi fornirà qualche utile consiglio spassionato sulla posa e sull’editing della foto. Evitatelo quest’ultimo metodo, invece, se reagite male alle critiche 🙂

Dopo aver scelto la vostra immagine profilo, dovete cercare di descrivervi in modo efficace in una sola riga, quella che apparirà sul motore di ricerca di LinkedIn insieme al vostro nome e alla vostra area geografica. Un errore di tanti è quello di scrivere “alla ricerca di opportunità lavorative” subito sotto al proprio nome. Perché è un errore? Perché la ricerca di un lavoro non descrive quello che siete e che potete offrire ad un possibile cliente o datore di lavoro, perciò anche se non siete occupati descrivetevi per il ruolo per cui siete tagliati o per le competenze che avete.

Cosa scrivere nelle sezioni Esperienza, Formazione e Traguardi raggiunti

Partite dal presupposto che su LinkedIn non vi conosce ancora nessuno e che generalmente insieme a voi ci saranno tanti altri milioni di persone che hanno conseguito la vostra stessa specializzazione. Segnalare il titolo di laurea conseguito o il nome dell’Azienda che vi ha assunto non basta. La descrizione delle vostre attività è necessaria. Vi consiglio di non cercare ispirazione nelle descrizioni degli altri ma di mirare soprattutto alla chiarezza delle informazioni fornite. Se avete svolto delle attività di volontariato o avete degli interessi che non coincidono perfettamente con i vostri obiettivi di carriera, segnalatele lo stesso. Sono sempre più ricercate dai recruiter le cosiddette competenze trasversali che spesso possono emergere da attività che si sono svolte al di fuori dell’ambiente lavorativo. Inoltre, se avete a disposizione certificati o link alle vostre attività, inseriteli nel vostro profilo, lo renderete più interessante.

Rendi il tuo profilo internazionale

Quando si lavora online, si è spesso alla ricerca di collaborazioni con l’estero e un profilo in lingua italiana potrebbe diventare un ostacolo per eventuali collaborazioni con professionisti o aziende internazionali. Alcuni hanno pensato di scavalcare il problema compilando il profilo in inglese, ma se non vi rivolgete esclusivamente ad un mercato anglofono vi consiglio invece di selezionare in alto a destra nella sezione del profilo l’opzione “Aggiungi un’altra lingua” e selezionare la lingua inglese. In questo modo potrete compilare ogni campo in due lingue e gli utenti stranieri che vi cercheranno avranno la possibilità di conoscervi e leggere informazioni su di voi in una lingua che conoscono.

Attenzione: se cliccate sull’icona con la vostra foto potete invece cambiare la lingua da usare per il vostro account, ma questo non comporta che i campi da voi compilati siano automaticamente tradotti nella lingua che avete scelto!

Passare ad un profilo in Inglese potrebbe esservi utile per accedere a delle funzionalità che non sono presenti nella versione italiana di LinkedIn, come ad esempio Pulse, una sezione dedicata alla pubblicazione di articoli direttamente su LinkedIn. In base alle mie ultime ricerche, ho notato che la visibilità degli articoli di Pulse è molto calata, motivo per cui vi consiglio di pubblicare post corredati da hashtag inerenti agli argomenti da voi trattati direttamente sul profilo o pagina aziendale. Anche in questo caso, il profilo in Inglese potrebbe esser più utile per tenere sotto controllo conversazioni interessanti e selezionare le categorie e gli argomenti di nostro interesse.

Come accrescere la propria rete

Siamo sempre portati a cercare sui social i profili di parenti, amici e conoscenti perché pensiamo che sia utile per far numero e per renderci più visibili nel mondo virtuale, ma un profilo su LinkedIn non è un profilo privato, o almeno chi si iscrive tende a dare al social un tocco professionale in vista di ottenere qualcosa, che si tratti di un lavoro o di notorietà.

Per questo motivo, so quanto sia difficile ma vi invito a creare sin dai primi passi una rete che risponda a questa domanda: chi voglio raggiungere attraverso questo profilo? a chi mi rivolgo?

In genere, la risposta non è “agli amici” ma a chi ancora non conosco ma so che potrebbe esser interessato a me. Nella barra di ricerca, quindi, impostate tutti i filtri necessari in base alle vostre preferenze e cercate i professionisti da aggiungere, magari creando un messaggio privato ad hoc per presentarvi e farvi conoscere. Seguendo questo consiglio, col tempo riuscirete a costruire una cerchia di persone interessate ai vostri contenuti, che non dovete tralasciare, e alle vostre competenze.

Ci sarebbero tante altre dritte da darvi per migliorare la vostra esperienza su LinkedIn, ma per oggi mi fermo qui e, se avete qualche domanda in particolare, scrivetemelo nei commenti e vi risponderò nei prossimi articoli.

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Storie di lavoro digitale 1. Quando lo stage non è formativo

Subito dopo la laurea, quando ho iniziato a pensare al lavoro, ho scoperto forse troppo tardi che le skills necessarie per districarmi nella nuova jungla in cui mi trovavo fossero “semplicemente” la capacità di parlare di sé per iscritto e a voce con una discreta sicurezza di sé, controllando la proprie emozioni, lavorare bene con la tecnologia e rimanere mentalmente attiva, non spegnermi e demoralizzarmi di fronte a nuovi requisiti di abilità e conoscenze da acquisire.

In altre parole, dopo l’Università, che, almeno in Italia, come scopo principale al di là delle mere nozioni ha lo scopo di insegnare il metodo, la formazione vera, quella che passa dalle parole ai fatti, avviene nel mondo del lavoro.

Sono ancora convinta, in base alla maggior parte delle persone che ho conosciuto, che la motivazione e l’interesse reale per un determinato ambito siano fondamentali per ottenere buoni risultati e nei tempi giusti, perché per quanto possiamo esser diligenti e ostinati, alcune strade possono non fare per noi e il tempo passato a cercare di perseguire un obiettivo che non ci entusiasma e per cui non siamo portati non ci insegna nulla, se non la rassegnazione.

Non sono pensieri buttati su carta, o meglio un blog, così, solo per ribadire l’importanza dell’inseguimento dei propri sogni, ma per raccontare il percorso tipico di un laureato nel mondo del capitalismo digitale. Lo hanno definito con questi termini altri prima di me, ma dopo alcune esperienze di sfruttamento, in cui di abilità se ne acquisivano poche, così come pochi erano i guadagni a fine mese e le soddisfazioni personali, penso che non esistano parole migliori per descrivere la realtà di chi voglia trovare un’occupazione in linea con le proprie capacità o che almeno valga la pena svolgere senza provare un senso di repulsione.

La prima proposta di lavoro per un neolaureato (ora mi concentro sull’ambito umanistico perché è quello che conosco meglio), salvo casi eccezionali, è lo stage. Lo stage, però, non è considerato dallo stato rapporto di lavoro ma mero periodo di formazione, in cui un tutor deve occuparsi delle mansioni da affidare al praticante, concedendogli quindi l’opportunità di diventare sicuro e indipendente. Alla fine dello stage, sempre secondo le regole, dovrebbe esser possibile assumere il candidato e quindi passare da un rapporto di somministrazione di conoscenze a rapporto di lavoro.

Nella realtà, molte delle offerte di stage per cui possa valere la pena candidarsi sono riservate a persone che hanno già gran parte di queste conoscenze, spesso non acquisite durante il periodo di studio base. Rimangono così a disposizione stage in cui si ha poco da imparare, se non a rispettare gli orari di ufficio e la gerarchia di un’agenzia o società e svolgere delle mansioni che nessuno posto più in alto ha più interesse di svolgere. A questo punto, i tanti stage formativi proposti, con quasi 40 ore settimanali per poco più di 500 euro mensili (nei casi migliori) a chi dovrebbero far gola?

In un mondo del lavoro coerente con la formazione e le aspettative dei giovani, a nessuno, perché il primo insegnamento che ognuno dovrebbe ricevere è che non bisogna mai scendere sotto un certo livello di compromesso, non bisogna svendere la propria forza lavoro. La svendita delle competente tuttavia persevera, vista l’esistenza di aspiranti lavoratori pronti a tutto pur di far carriera in un ambiente di lavoro che di solito negli annunci si descrive idealmente come “flessibile, giovane e dinamico, aperto alla continua formazione” e poi si traduce con un ufficio in cui il sistema operativo più aggiornato è XP, le videoconferenze sono creazione del demonio e ognuno si arrangia a fare quel che può fino a quando non può tornare finalmente a casa.

Per il lavoro digitale le dinamiche sono molto simili, con l’aggravante che in Italia queste professioni non sono ancora formalmente riconosciute, e si finisce per essere quello che scrive bene senza guardare la tastiera, quello che sta al computer e si diverte con non so cosa. Il webriter, quindi, secondo molte agenzie e privati si accontenta anche di 1 centesimo a parola, perché non gli pesa stare dietro uno schermo, si diverte e ama scrivere.

Non pensavo di dover ricordare ad alcuni recruiters che spesso l’amore è nutrito di sofferenza e sacrifici, ma è grazie a esperienze del genere che ho capito che spesso risulta essere più produttivo un breve periodo di volontariato, o di collaborazione occasionale, piuttosto che uno stage per un’agenzia di comunicazione che vi farà vedere solo da lontano gli strumenti del mestiere.

Non è semplice trovare l’ambiente adatto a sé, in cui svolgere un’esperienza volontaria in grado di ripagare in formazione di alto livello, ma una buona strada da seguire è quella di proporsi ad agenzie, giornali, blog che noi stessi seguiamo con attenzione perché ne amiamo l’approccio comunicativo proposto o pensiamo che potrebbe esser utile per colmare le nostre lacune. In questo caso, una collaborazione, seppur a titolo gratuito, si rivela ricca di risorse e ci aiuta a credere in noi stessi.

Mi direte: “bene, ma se non mi pagano non ha senso, meglio guadagnare almeno 1 centesimo a parola!”

E potrei allora chiederti se consideri una remunerazione del genere per un lavoro fatto male sufficiente per vivere. Non penso che riuscirai a rispondermi positivamente.

In nessuna fase della carriera svendere la propria professionalità o sopportare condizioni di lavoro che non ci fanno vivere in modo adeguato è accettabile. Mentre pensiamo di star facendo qualcosa, anche a se a basso costo e senza soddisfazioni personali, si favorisce soltanto il mercato del ribasso delle professioni umanistiche, dando spazio ad altre opportunità di sfruttamento.

Non ho certamente una risposta vincente che possa portare tutti a concretizzare le proprie aspirazioni, ma so per certo che il primo passo è capire realmente cosa si vuole diventare, cosa ci fa sentire in pace con noi stessi e non perdere mai di vista l’obiettivo, anche mentre siamo intenti a fare tutt’altro pur di mantenerci, perché una crisi è solo un momento di transizione verso un periodo migliore.

“Sono qui per una ragione ben precisa; questi momenti – il lato brutto della vita – si trasformeranno in altrettante pagine.”

John Fante, Chiedi alla polvere

Immagine di copertina: ©Arol Lightfoot  Dreams

CC BY-SA 2.0