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Momenti di pausa, scrittura come terapia #1

While Writing The Strokes – You only live once

Negli ultimi tempi soffro di iperattività.

Il mio intento principale durante la giornata è quello di avere sempre più cose da fare e di non fermarmi, non dare alla mia malinconia alcun motivo per affiorare a galla. A volte (non sempre) ascoltare di più gli altri che se stessi e svolgere quieti il proprio lavoro è un bene perché permette di applicarsi su quello che bisogna fare senza coinvolgimento emotivo, senza distrazioni.

Ovviamente, questa condizione di atarassia non può durare per sempre, un po’ come le non relazioni, prima o poi l’altro si innamora e allora la vita tranquilla di due anime che si incontrano senza sfiorarsi diventa insostenibile.

Ho bucato il palloncino in cui mi ero rinchiusa per andare avanti senza farmi domande su chi sono e cosa sto facendo, aprendo la vecchia casella di posta elettronica di Yahoo. Sono andata a ritroso nell’elenco delle email inviate fino al 2009.

L’ho fatto in un momento di pausa strappato per necessità ai ritmi serrati che non sono i miei, arrivando ad un periodo della mia adolescenza a cui oggi non rivolgo quasi mai un pensiero. Sono caduta in un vortice di ricordi che hanno fatto risvegliare alcune aree del mio io che pensavo di aver sepolto una volta per tutte, invece oggi tutto è sembrato esser di nuovo così reale, come i muscoli che mi tirano dopo le prime lezioni di pilates.

Non siamo mai come pensiamo di essere

Non ho ancora capito se dipende dal fatto che la vita che scorre per conto suo e non permette di fermarsi a osservare la propria immagine esatta riflessa sempre nella stessa acqua o perché, semplicemente, non ne avvertiamo il bisogno, fino a quando non commettiamo un errore come il mio e ci troviamo con gli occhi che a stento trattengono l’emozione, a rileggere le nostre email in Comic Sans del 2009.

In quegli anni ero un’adolescente che scriveva diari molto tristi, di quelli che si riempiono subito di inchiostro versato di getto, di sera, prima di andare a dormire. Scrivevo con foga con una mano che ancora non aveva affrontato prove più dure, come firmare correttamente il certificato della propria laurea triennale davanti al presidente della commissione tanto temuto, i contratti di affitto, le disdette, le denunce e lavori da trapezista digitale.

In quegli anni che oggi a rileggerli sembrano appartenuti a un’altra persona, penso di aver superato tutti i piccoli ma apparentemente invalicabili problemi della vita giovane che cambia e conosce il mondo al di fuori di essa sopratutto grazie ad alcune email conservate in questa casella di posta.

Nel 2009 il Liceo Classico era il luogo in cui per la prima volta ho posato uno sguardo consapevole su me stessa, per dirlo alla Yourcenar, circondata da altri sguardi che non sempre guardavano nella stessa direzione del mio. In quegli anni ho però avuto la grande fortuna di scontrarmi e poi trovare conforto in occhi di professoresse amiche che mi hanno guardato in modo diverso.

Devo a due occhi azzurri e a una fievole voce il merito di avermi fatto conoscere le Memorie di Adriano nell’inverno del 2006 e ascoltato le mie parole attraverso i quaderni dei temi per casa, a due occhi castani e un sorriso che regala pace le lacrime che ho versato a rileggere la mia confessione di fragilità e di paura di fronte a una vita che è quella che vivo ora.

Le vecchie motivazioni

Alcune incertezze dei 18 anni sono identiche a oggi, come il non sapere ancora quale sia la mia casa e la mia direzione, se preferisco il dolce al salato, e forse ci voleva proprio questo tuffo nel passato passato per ritrovare le motivazioni che a volte mancano oggi, quando di mattina rimango nel letto a pensare a un motivo valido per svegliarmi presto e togliermi il pigiama.

Uno dei motivi validi nel 2009 era l’edizione Oxford del Simposio di Platone del Dover, che la prof della corrispondenza elettronica mi aveva prestato. Dico sul serio, non sapete come quella bella edizione giallo-verde di Platone mi abbia cambiato la vita, dell’emozione di avere un’edizione critica in mano e un’amica con cui parlarne che non mi prendesse in giro per come trascorrevo i miei pomeriggi. Mi rivedo oggi china su quel vocabolario, mentre pensavo a come sarebbe stato fare questo per tutta la vita, abbandonare la certezza degli esercizi di matematica e iscriversi a Lettere Classiche, con tutte le conseguenze che questa scelta avrebbe comportato.

Nella mia vecchia posta di Yahoo leggo delle traduzioni di greco, delle perplessità riguardo agli anni che si sono succeduti con una velocità tale che mi è impossibile raccontarli, delle delusioni per amicizie finite e della paura di non esser all’altezza delle mie aspettative e dei miei sogni che mi ha stroncato non poche opportunità.

Sorrido.

Sono io, oggi non mi era chiaro, mentre pensavo che sarebbe stato meglio rimanere a dormire, lasciar perdere tutto, non riaprire quei libri, non fare quella lezione di latino, non tradurre quei documenti. Sono ancora io, adesso che mi sono fermata e uscita per un attimo dai binari che ho costruito per la mia vita, mi guardo e vedo me che nel 2010 pensavo di non riuscire a far niente di buono in una nuova città, con l’esame di Latino e Glottologia alle porte che mi avevano allontanato dalla mie quotidiane divagazioni.

Momenti di pausa

Niente negli ultimi giorni è stato più impegnativo di questo sforzo di rimanere ferma a pensare a me stessa. Ho scoperto che se la voce trema ancora quando leggo di determinati eventi della mia vita, delle mie vecchie ragioni che ora si sono materializzate in una quasi professione, allora l’insegnamento di onestà intellettuale delle mie care prof è servito a qualcosa.

Ho capito che un momento di pausa, una mattina sotto le coperte con gli occhi gonfi di sonno sono più importanti della continua corsa contro le deadline e che, se un giorno perdiamo il filo di tutto il nostro agire, ci sarà sempre un posto in cui abbiamo conservato una foto di noi stessi, un libro, una manciata di email che ci rinfrescheranno la memoria sulla domanda di sempre

Da dove veniamo?Chi siamo? Dove andiamo?

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Paul Gauguin http://www.tuttartpitturasculturapoesiamusica.com

 

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Professione web editor: chi è cosa fa e strumenti utili per diventarlo

Di cosa si occupa il web editor?

La tendenza di prendere in prestito parole straniere, soprattutto dall’inglese, per definire chi siamo e il lavoro che svolgiamo è ormai una realtà consolidata in Italia che crea non pochi fraintendimenti. I lavori online sono visti spesso con scetticismo proprio per l’usanza di auto-definirsi tramite parole che ancora molti non sanno bene come tradurre in italiano.

La conseguenza principale è quella di esser scambiati per ciarlatani del web o per fan del ppc (pay per click) così tanto promosso sui social come metodo semplice di guadagno accessibile a tutti. Non scenderò nel dettagli di questa pratica, almeno non ora, perché le professioni digitali non sono per niente accessibili a tutti e scorciatoie per assicurarsi un’entrata mensile, e perché richiedono una formazione continua e anche tanta pazienza.

Il web editor, contrariamente a quanto pensano alcuni che in passato mi hanno scritto su LinkedIn, non si occupa di editoria nel senso tradizionale della parola. Alcuni miei contatti mi ha chiesto se, definendomi io web writer/editor, mi occupi della pubblicazione di libri cartacei e di epub. La risposta definitiva a questa domanda è che no, non pubblico libri e non ho aperto una casa editrice. Non posso aiutarvi nella pubblicazione di un vostro romanzo se non mettendo mano sul testo per una correzione bozze o revisione massiccia del testo, definita editing.

Se un editor non è un editore, di cosa si occupa quindi?

Un web editor è un redattore online. Nasce spesso come giornalista o aspirante tale, ama scrivere e difficilmente passa molto tempo senza toccare una penna o una tastiera. Un web editor nasce offline, spinto da un innato desiderio di scrivere e di rendere questa attività la sua professione principale, pur con tutti gli ostacoli che gli si presenteranno durante il cammino. Dopo l’ascesa indisturbata dei blog, dei giornali online e delle nuove forme di comunicazione, il web editor è passato dal quaderno al foglio di Word, non senza dover aggiornare le proprie competenze.

Nonostante io sia convinta che un buon contenuto riesca a far emergere un sito al di là dei parametri consigliabili per un articolo online e del semaforo Yoast SEO che tanti ritengono essere determinante per la performance di un sito, non si può pensare di trasferire un articolo scritto su carta su un sito senza adattarlo al mezzo di comunicazione.

“Content is king and distribution is queen”

Se hai un gran bel contenuto è un peccato non posizionarlo bene online o non condividerlo sui canali giusti. Per ottenere visibilità è consigliabile rivolgersi non solo a uno specialista della scrittura, ma anche a un SEO specialist, una figura fondamentale nel content marketing perché in grado di individuare le parole chiave adatte per mostrare il tuo sito a più persone interessate possibili. A mio parere, l’unico campo che può ancora permettersi di non badare alla propria posizione sui motori di ricerca è quello della scrittura giornalistica, perché gli articoli dedicati alla cronaca o agli eventi hanno un tempo di fruibilità limitato e, soprattutto per quanto riguarda giornali molto noti, provengono da una versione cartacea dello stesso.

Per tutti gli altri ambiti, invece, diversificare il proprio stile è necessario per non finire nel dimenticatoio del web.

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Quali sono le qualità del web writer?

Di solito, il web writer/editor sa bene come adattare un testo per lo scopo per cui è nato. Riesce a scrivere un contenuto di qualità, nel pieno rispetto delle regole grammaticali, e riesce a farsi capire dai suoi lettori, senza troppi giri di parole. In particolare, un web editor di successo riesce a esprimersi nel modo in cui i suoi lettori vorrebbero trovare le informazioni di loro interesse per leggerle con piacere. Questo non vuol dire solo adattarsi al lettore (che rimane per me il fulcro di tutto il lavoro di scrittura) avvicinandosi al suo modo di vivere il web anche sui social network, ma esser se stesso un arguto e insaziabile lettore.

Leggere molto e variare tra i generi, non tralasciando la saggistica e articoli di settori che potrebbero interessarci una collaborazione online non è un hobby, è necessario! Bisognerebbe, quindi, ritagliarsi almeno un’ora al giorno dedicata alla lettura, in casa o in biblioteca, e farlo non pensando ad altro ma a quello che si sta leggendo, perché non sappiamo mai quali tesori è possibile trovare in un articolo di un professionista che seguiamo o anche in un romanzo che abbiamo comprato e messo da parte su uno scaffale.

Prima ancora di viaggiare, i libri sono la chiave di accesso al mondo esterno, e con mondo non mi riferisco solo a città e paesi da visitare, ma anche a punti di vista e idee differenti dalle nostre che ci vengono in aiuto quando dobbiamo occuparci di un argomento che conosciamo poco.

Le parole degli altri sono una miniera di pietre preziose su cui costruire, in modo critico e oggettivo, il nostro castello di parole. Il processo è lungo, faticoso, ma promettente, perché non c’è niente che possa dare più soddisfazioni a un artigiano che vedere una propria creazione nelle mani degli altri. Il web editor, in questo caso, è l’artigiano delle parole.

Strumenti consigliati:

  • Leggere i blog dei web editor professionisti. Si trovano facilmente online e sono ricchi di riferimenti a manuali che possono aiutarci nel percorso formativo.
  • Salvare gli articoli di nostro interesse su aggregatori di notizie come Feedly o Pocket (ne esistono molti altri ma questi sono gli strumenti più diffiusi). Potrai leggere gli articoli quando vorrai senza perderli e soprattutto non solo da pc ma anche su tablet e smartphone. Se hai visto un articolo interessante su Facebook ma sei di fretta, potrai salvarlo sulla app oppure lasciare un like e controllare dopo il tuo Registro Attività.
  • Se hai bisogno di notizie recenti riguardo alle professioni digitali, spesso è più semplice trovarle in lingua inglese. Imposta Google Search in inglese e avvia una ricerca per notizie. Se hai degli argomenti precisi di tuo interesse, puoi creare un alert .Appena sarà pubblicata una nuova notizia nell’ambito di tuo interesse, Google ti segnalerà subito la novità proponendoti gli articoli più recenti!
  • Tieni d’occhio piattaforme collaborative come MediumLinkedIn Pulse, ISSUU. Avete l’opportunità di leggere articoli scritti da professionisti di diversi settori, selezionare le parole chiave e gli argomenti da voi preferiti e anche pubblicare voi stessi un articolo utile per gli altri. Può sembrare una perdita di tempo ma in realtà permette di conoscere nuove persone, farsi conoscere e creare una rete virtuali di colleghi con interessi simili.
  • Se siete interessati al blogging, penso che valga la pena iscriversi e fare un giro su Bloglovin, porterà una ventata d’aria fresca sui vostri schermi. Potete consultarlo da pc ma anche da mobile e vi permetterà di conoscere e seguire nuovi blogger. Fare rete nel blogging è fondamentale, i social aiutano ma anche piattaforme dedicate a questo scopo non sono da meno!
  • Non dimenticatevi dell’esistenza delle librerie, anche quelle piene di libri vecchi di seconda mano. Sono luoghi magici in cui potrebbero nascere amori a prima vista indimenticabili!
  • Rielaborare tutto quello che si è letto e iniziare, finalmente, a scrivere delineando col tempo un nostro stile personale che ci renderà unici in questo oceano di carta e di pagine di WordPress.

 

 

Storie di lavoro digitale 1. Quando lo stage non è formativo

Subito dopo la laurea, quando ho iniziato a pensare al lavoro, ho scoperto forse troppo tardi che le skills necessarie per districarmi nella nuova jungla in cui mi trovavo fossero “semplicemente” la capacità di parlare di sé per iscritto e a voce con una discreta sicurezza di sé, controllando la proprie emozioni, lavorare bene con la tecnologia e rimanere mentalmente attiva, non spegnermi e demoralizzarmi di fronte a nuovi requisiti di abilità e conoscenze da acquisire.

In altre parole, dopo l’Università, che, almeno in Italia, come scopo principale al di là delle mere nozioni ha lo scopo di insegnare il metodo, la formazione vera, quella che passa dalle parole ai fatti, avviene nel mondo del lavoro.

Sono ancora convinta, in base alla maggior parte delle persone che ho conosciuto, che la motivazione e l’interesse reale per un determinato ambito siano fondamentali per ottenere buoni risultati e nei tempi giusti, perché per quanto possiamo esser diligenti e ostinati, alcune strade possono non fare per noi e il tempo passato a cercare di perseguire un obiettivo che non ci entusiasma e per cui non siamo portati non ci insegna nulla, se non la rassegnazione.

Non sono pensieri buttati su carta, o meglio un blog, così, solo per ribadire l’importanza dell’inseguimento dei propri sogni, ma per raccontare il percorso tipico di un laureato nel mondo del capitalismo digitale. Lo hanno definito con questi termini altri prima di me, ma dopo alcune esperienze di sfruttamento, in cui di abilità se ne acquisivano poche, così come pochi erano i guadagni a fine mese e le soddisfazioni personali, penso che non esistano parole migliori per descrivere la realtà di chi voglia trovare un’occupazione in linea con le proprie capacità o che almeno valga la pena svolgere senza provare un senso di repulsione.

La prima proposta di lavoro per un neolaureato (ora mi concentro sull’ambito umanistico perché è quello che conosco meglio), salvo casi eccezionali, è lo stage. Lo stage, però, non è considerato dallo stato rapporto di lavoro ma mero periodo di formazione, in cui un tutor deve occuparsi delle mansioni da affidare al praticante, concedendogli quindi l’opportunità di diventare sicuro e indipendente. Alla fine dello stage, sempre secondo le regole, dovrebbe esser possibile assumere il candidato e quindi passare da un rapporto di somministrazione di conoscenze a rapporto di lavoro.

Nella realtà, molte delle offerte di stage per cui possa valere la pena candidarsi sono riservate a persone che hanno già gran parte di queste conoscenze, spesso non acquisite durante il periodo di studio base. Rimangono così a disposizione stage in cui si ha poco da imparare, se non a rispettare gli orari di ufficio e la gerarchia di un’agenzia o società e svolgere delle mansioni che nessuno posto più in alto ha più interesse di svolgere. A questo punto, i tanti stage formativi proposti, con quasi 40 ore settimanali per poco più di 500 euro mensili (nei casi migliori) a chi dovrebbero far gola?

In un mondo del lavoro coerente con la formazione e le aspettative dei giovani, a nessuno, perché il primo insegnamento che ognuno dovrebbe ricevere è che non bisogna mai scendere sotto un certo livello di compromesso, non bisogna svendere la propria forza lavoro. La svendita delle competente tuttavia persevera, vista l’esistenza di aspiranti lavoratori pronti a tutto pur di far carriera in un ambiente di lavoro che di solito negli annunci si descrive idealmente come “flessibile, giovane e dinamico, aperto alla continua formazione” e poi si traduce con un ufficio in cui il sistema operativo più aggiornato è XP, le videoconferenze sono creazione del demonio e ognuno si arrangia a fare quel che può fino a quando non può tornare finalmente a casa.

Per il lavoro digitale le dinamiche sono molto simili, con l’aggravante che in Italia queste professioni non sono ancora formalmente riconosciute, e si finisce per essere quello che scrive bene senza guardare la tastiera, quello che sta al computer e si diverte con non so cosa. Il webriter, quindi, secondo molte agenzie e privati si accontenta anche di 1 centesimo a parola, perché non gli pesa stare dietro uno schermo, si diverte e ama scrivere.

Non pensavo di dover ricordare ad alcuni recruiters che spesso l’amore è nutrito di sofferenza e sacrifici, ma è grazie a esperienze del genere che ho capito che spesso risulta essere più produttivo un breve periodo di volontariato, o di collaborazione occasionale, piuttosto che uno stage per un’agenzia di comunicazione che vi farà vedere solo da lontano gli strumenti del mestiere.

Non è semplice trovare l’ambiente adatto a sé, in cui svolgere un’esperienza volontaria in grado di ripagare in formazione di alto livello, ma una buona strada da seguire è quella di proporsi ad agenzie, giornali, blog che noi stessi seguiamo con attenzione perché ne amiamo l’approccio comunicativo proposto o pensiamo che potrebbe esser utile per colmare le nostre lacune. In questo caso, una collaborazione, seppur a titolo gratuito, si rivela ricca di risorse e ci aiuta a credere in noi stessi.

Mi direte: “bene, ma se non mi pagano non ha senso, meglio guadagnare almeno 1 centesimo a parola!”

E potrei allora chiederti se consideri una remunerazione del genere per un lavoro fatto male sufficiente per vivere. Non penso che riuscirai a rispondermi positivamente.

In nessuna fase della carriera svendere la propria professionalità o sopportare condizioni di lavoro che non ci fanno vivere in modo adeguato è accettabile. Mentre pensiamo di star facendo qualcosa, anche a se a basso costo e senza soddisfazioni personali, si favorisce soltanto il mercato del ribasso delle professioni umanistiche, dando spazio ad altre opportunità di sfruttamento.

Non ho certamente una risposta vincente che possa portare tutti a concretizzare le proprie aspirazioni, ma so per certo che il primo passo è capire realmente cosa si vuole diventare, cosa ci fa sentire in pace con noi stessi e non perdere mai di vista l’obiettivo, anche mentre siamo intenti a fare tutt’altro pur di mantenerci, perché una crisi è solo un momento di transizione verso un periodo migliore.

“Sono qui per una ragione ben precisa; questi momenti – il lato brutto della vita – si trasformeranno in altrettante pagine.”

John Fante, Chiedi alla polvere

Immagine di copertina: ©Arol Lightfoot  Dreams

CC BY-SA 2.0