pordenone

1 articolo

Il Veneto da un Intercity notte

Pordenone. Veneto. È estate inoltrata e sono su un Intercity notte, viaggiando con un discreto ritardo sulla tabella di marcia. Sono da sola e il mio smartphone si è rotto proprio durante il viaggio.

Siete mai stati fermi su un mezzo senza connessione internet per più di 9 ore? Per alcuni, che come me con internet ci lavorano, è un po’ una tragedia, quella che non puoi raccontare nelle stories di Instagram, perché hai scelto di viaggiare di notte e su un treno senza prese di corrente. Ma, vedete, a me piacciono i treni, e soprattutto gli Intercity notte, quelli vecchi, con le cuccette che non prenoti mai perché l’avventura inizia quando ti siedi su quelle poltrone larghe e logore, con lo sguardo fisso sul finestrino a osservare come cambia il Veneto, tra una stazione e l’altra.

Guardo le persone che aspettano di salire, i saluti di chi sa che tornerà dopo mesi, forse dopo anni, chi invece alla stazione ci vive e non va da nessuna parte. Nei 5 minuti in cui il treno si ferma è l’eterno abitante della stazione che ti si avvicina, ti chiede 1 euro, una sigaretta. Me ne accendo una in attesa di ripartire. Il fumo non si allontana di molto, non c’è vento e i viaggiatori sono pochi. Sembra quasi una notte adatta per sprofondare nelle poltrone vuote del treno e dormire fino al mattino, fino alla Stazione Termini.

Un viaggio non documentato, nessuna foto, nessun like. Pazienza.

Vorrà dire che adesso, senza alcuna testimonianza, crederete alla mia storia, di come a Venezia Santa Lucia siano saliti sul treno due sposini di Bologna, ubriachi fradici. Lei con un vestito giallo pallido a fiori  sgualcito, un leggero velo bianco in testa e ai piedi delle Dr.Martens bordeaux slacciate, lui in camicia bianca quasi completamente sbottonata e la giacca in mano. Puzzano di vino e di sudore ma sono felici e inconsapevoli come due adolescenti ubriachi. Me li ritrovo seduti davanti a me, con un sorriso che mi dice guarda come stiamo messi bene.

È la nostra prima notte di nozze e siamo scappati da Bologna qui a Venezia, a vedere le luci della laguna, a fare l’amore all’aperto. Di Venezia non abbiamo visto quasi niente, ma l’abbiamo annusata. I canali sembrano un quadro, ma non avevamo voglia di arte…

La ragazza mi parla, lui l’abbraccia e ogni tanto si fermano a guardarsi profondamente negli occhi, con le mani tra i capelli dell’altro. Finisce che la conversazione si allenta e le lingue si avvinghiano, davanti a me che torno a fissare fuori i controllori, le valigie ingombranti che aspettano di esser caricate su. Caldo insistente, poca acqua rimasta da bere e due matti davanti che non vedono l’ora di avvinghiarsi su un letto.

Danny Navarro   CC BY-SA 2.0

 Ormai è notte inoltrata e non vedo quasi niente, ogni tanto penso alle belle foto che avevo scattato e a quante possibilità ho di poterle recuperare, dopo un volo in acqua del mio telefono. Riconosco la stazione da cui sono passata pochi giorni prima, di giorno, col carico di un trasloco sulle spalle. Sono a Padova e sulla mia carrozza salgono due ragazze boliviane. Scopro la loro origine perché si siedono proprio a fianco a me e mi chiedono subito se parlo spagnolo. Ci accordiamo di parlare in inglese per capirci meglio.

Anche loro due sono andate in giro per il Veneto senza una meta precisa.

  • A casa pensavamo di rimanere stupefatte alla vista di Venezia, invece arriviamo qui e scopriamo che Venezia è bella, ma è solo una città tra le tante.

-E questo vi ha deluso, cosa volevate vedere?

  • Volevamo visitare tutto quello che abbiamo visto sui libri quando studiavamo storia, arte, capisci? ma qui è un carosello di posti per cui dire bello, che bello! Capisco ora perché voi italiani dite sempre bello, è così comune la bellezza che è diventata una parola vuota, ma io lo penso sul serio.

Mentre la coppia bolognese cambia vagone alla ricerca di privacy io rimango con le due ragazze che mi offrono la loro acqua e il loro vino.

– Sai cosa mi ha fatto venire in Italia? – mi dice la ragazza che finora non ha ancora aperto bocca – questo libro qui.

Prende la borsa e tira fuori un vecchio libro dalla copertina gialla,

-Alguien que anda por ahí, conosci Julio Cortázar? Qui si parla anche di Venezia, ora ti leggo il racconto, ma è in spagnolo.

Le dico di procedere pure con la lettura perché la notte, due vagabonde come me, il vino riscaldato, Cortázar che non conoscevo e che dopo quel viaggio mi ha rapito con la sua poesia sono stati i regali migliori del Veneto offline, in cui ho scoperto che è ancora possibile condividere un viaggio sulle vecchie strade, in un vecchio vagone di treno, con persone che non conosciamo.

Scrivo questo prima di partire per un viaggio di disintossicazione dalle rete e dall’ansia da notifica che aspettavo da tempo. Connessione limitata e km di spiaggia.

Niente di meglio per un freelance che pretende a tutti i costi di esser in vacanza e di viverla non necessariamente attraverso i filtri di Instagram.

Buon viaggio e buon inizio a me e a voi viandanti!

 

Immagine di copertina: CC BY-SA 2.0 Karah Levely-Rinaldi