raccontidiviaggio

3 articoli

alt=Iran

Un breve viaggio in Iran dal salotto di casa

Se state cercando una guida sicura che possa condurvi nei migliori angoli dell’Iran, questo non è un articolo adatto a voi. Non penso che si possa descrivere un posto attraverso un’accurata lista dei suoi angoli più belli, soprattutto un’intera nazione che è un insieme di colori, musiche e profumi diversi.

In Iran tutti questi elementi non sono sempre in armonia tra di loro, i colori e il paesaggio variano da regione a regione, le musiche e gli accenti stridono tra di loro e se non si è preparati si finisce col divenire molto confusi e perdersi per le lunghe strade che l’attraversano.

Esiste però un’armonia di fondo, qualcosa che racconta il luogo che tanti sognano e temono visitare, che è possibile iniziare a conoscere anche dalla propria casa.

Tenetevi pronti per il viaggio e preparate il vostro olfatto.

Il modo più veloce di raggiungere l’Iran è viaggiare coi suoi profumi inebrianti. Non parlo di madeleine proustiane, ma di un ottimo té da gustare in salotto, accompagnato da svariati dolci speziati, dove il baklava con pistacchi sovrasta tutti gli altri.Se penso alla prima cosa che mi ricorda l’Iran, qui nella mia casa in Italia, questa è proprio il persistente profumo del té nella casa dei miei zii e, ogni volta che lo preparo come vuole la tradizioni i km di distanza si annullano. Forse non lo sapete, ma l’Iran è uno dei maggiori produttori di tè dell’Oriente, insieme a India e Cina, in particolare di una varietà di tè nero intenso e dal gusto deciso, coltivato nelle regioni del nord di Kerman e Rasfanjan.

Non esiste iraniano che non ami il tè, e soprattutto che non ceda al rito del tè, il quale non si ferma tra le mura domestiche ma continua a esser praticato anche all’aperto, nelle sale da té (chaikhanehs) e persino nei bazar. Ogni commerciante ha con sè un bollitore su cui ripone la propria teiera, pronto a offrire una tazza della sua calda bevanda al primo interessato alla propria merce. Il té è un momento di massima condivisione e non si nega a nessuno, così come è poco consigliabile rifiutare un’offerta del genere.alt= Iran

Per prima cosa, prima di partire per questo viaggio, assicuratevi di avere abbastanza tempo a vostra disposizione, scegliete una lunga domenica pomeriggio. Non vestitevi ma rimanete in pigiama, abbigliamento prediletto dai persiani tant’è che il termine comunemente usato in italiano per indicare questo indumento deriva appunto dal farsi پايجامهpayjama e non abbiate fretta. Siate gentili con voi stessi e con chi avete intenzione di condividere questo momento, perché la gentilezza in Iran viene prima di tutto e non è pensabile non circondare di attenzioni le persone che si hanno vicino.

Bene, ora procuratevi una teiera e non immergetevi dentro una bustina di tè qualsiasi, ma delle belle foglie sfuse di tè nero e dei petali di rosa da adagiare sul filtro da ricoprire di acqua calda ma non bollente. Se avete una teiera trasparente, potrete godere di questa bevanda anche con gli occhi, perché il tè nero persiano è ben riconoscibile per il suo colore rosso intenso, visibilmente differente da un’altra varietà molto consumata in Iran, il Ceylon Tea. Non versatelo in tazze di ceramica ma in piccoli bicchieri di vetro, in modo da continuare a godere di questo rosso rubino.

Una volta pronto, non zuccheratelo ma prendete delle zollette di zucchero da posizionare tra i denti. In Iran, per non alterare il gusto originario della bevanda, si usa berla filtrandola attraverso dello zucchero grezzo oppure accompagnarla con dolci a base di pasta di mandorle, miele o zucchero in abbondanza, grazie ai quali quindi non è necessario zuccherare il tè.

Un passaggio da non saltare è la scelta dell’angolo della casa da cui gustare questa bevanda. In Iran si è soliti sedersi per terra, su un tappeto, a gambe incrociate. Quando si entra in una sala da tè o in un ristorante tradizionale, le persone del luogo non hanno problemi a consumare i propri pasti lentamente e a gambe incrociate, ma sono consapevoli che questa posizione crea un bel po’ di disagi agli occidentali, motivo per cui è possibile chiedere anche di potersi sedere su delle sedie e mangiare su tavoli occidentali.

La differenza culturale più grande tra Oriente e Occidente che il consumo del tè mi ha insegnato nel tempo è proprio il contrasto tra vita verticale e orizzontale. Il dinamismo Occidentale non è una colpa ma qualcosa che ci contraddistingue come popolo attivo e energico, in grado di rincorrere i tempi imposti da una società orientata al raggiungimento di obiettivi, gare di velocità che prevedono piccole pause dedicate ad un caffè preso al volo.

Il rituale orientale del tè, in questo caso il rituale iraniano, nasce invece da una cultura che ha costruito le sue basi su un pensiero orizzontale, alimentato da lunghe ore di ozio accompagnate da una bevanda che non permette di esser goduta di corsa, nemmeno ai frenetici abitanti di Teheran.

Quindi, concedetevi di bere una buona tazza di tè osservando la vostra casa dal pavimento, senza la rigida necessità di una sedia, e non provate a riempire questo tempo con qualcosa di utile. Il rito del tè in Iran non prevede altre attività se non l’ascolto di musica, la lettura di un libro, o l’aspirare del tabacco aromatizzato dal beccuccio di un narghilè.

Contemplata dal basso, d’improvviso ogni cosa prenderà una piega diversa, così come testimonia anche Hermann Hesse ne La nevrosi si può vincere, una raccolta di riflessioni spirituali ispirate dagli studi psicoanalitici del suo tempo sorprendentemente attuali, in cui l’autore confessa di aver trovato, se non una cura, almeno un sollievo nell’adottare alcune pratiche orientali come la meditazione o appunto, l’ozio.

Quindi, prima di partire fisicamente alla scoperta di una nazione così ricca di sfaccettature diverse, preparatevi all’arte dell’ozio, che non è perdere tempo ma non lasciarlo passare invano e prenderne coscienza.

Arte interattiva e illusioni ottiche al Maca di Acri

Anche ad Acri l’estate sta per lasciare definitivamente il posto al vento fresco dell’autunno e al solito spopolamento che ogni anno vede la città sempre più triste e raccolta intorno a una comunità silenziosa, cinta dai monti che negli ultimi mesi sono stati protagonisti dei giornali, e non per parlare di turismo, ma di incendi dolosi.

(While writing Eno – Hyde – Lilac)

Nonostante i recenti eventi infelici, ad Acri quest’anno sono anche arrivati i turisti, e senza ricercate campagne di marketing per la promozione del territorio. Spesso, per dimenticarci un attimo del malessere in cui alcune cittadine del sud Italia si ritrovano a vivere, basta solo un po’ di cultura, una mostra innovativa e, soprattutto, gratuita e accessibile a tutti!

La mostra di cui sto parlando, disponibile fino al 29 ottobre 2017, si intitola Arte Interattiva, Lo spettatore in gioco: dall’azione dell’occhio all’interazione robotica, a cura di Monica Bonollo e con la collaborazione di Valmore studio d’arte di Vicenza, e è ospitata dal MACA Museo Arte Contemporanea di Acri, che ha sede nello stupendo Palazzo Sanseverino – Falcone del XVII secolo.

Maca  Museo Arte Contemporanea

Già solo una visita al palazzo in sé varrebbe un viaggio ad Acri, che ha sempre più bisogno di turisti e di nuove teste pensanti per ripartire e per far capire che chi da qui chi se ne parte non lo fa mai con piacere, ma se ci mettete anche che ora, oltre alla mostra permanente dedicata al maestro Silvio Vigliaturo, è possibile vedere opere di cinetica e robotica, diventa difficile trovare delle scuse per non affrontare questo viaggio.

Gli autori

Nello specifico, si tratta di artisti del calibro di Ale Guzzetti, Antonio Barrese, Victor Vasarely, Alberto Biasi, Ennio Chiggio, Julio Le Parc, Yvaral, Brian Eno, Joël Stein, Manfredo Massironi, Dario Perez Flores, Gruppo MID, Davide Boriani, Paolo Scirpa, Eros Bonamini, Fausto Balbo, Peter Vogel, uomini che con le loro opere raccontano il cambiamento della percezione della realtà dell’uomo contemporaneo, soggiogato dai mille tranelli offerti dalle illusioni ottiche e dal fascino della realtà aumentata, che oggi non è più così lontana come negli anni ’60.

alt= autori acri

Arte interattiva

Bisogna partire infatti dagli anni ’60 per capire cosa sia cambiato nella società e nel nostro metodo interpretativo della realtà. A farsi portavoce del mutato rapporto tra opera e spettatore sono gli artisti, il cui compito non è più quello di creare ma di programmare un incontro tra la creazione dell’artista e l’uomo che non ne fruisce soltanto come spettatore, ma come protagonista. I primi tentativi di coinvolgimento dello spettatore si traducono in opere che disturbano la nostra percezione di semplici forme geometriche, che messe insieme ci confondono e illudono l’occhio, fino ad arrivare poi a robot provvisti di sensori che, in base al nostro movimento, prendono vita strizzando l’occhio, muovendosi o producendo suoni che sono poi le basi dell’attuale musica elettronica.

Joël Stein diceva:

“lo spettatore, senza il passaggio della critica, potrà fare un’esperienza diretta dell’opera, potrà accettarla, rifiutarla, avvertirla come minacciosa. Ciò che importa è che l’arte non sia più una finestra aperta sulla natura, ma un’esperienza che induce lo spettatore a confrontarsi con qualcosa che non conosce e alla quale deve reagire”

 

alt=occhio
Biasi Alberto, Dinamica

L’arte, per continuare a parlare con i suoi spettatori, oggi più che mai ha bisogno di stimolare il coinvolgimento del nostro occhio e arrivare a noi attraverso la ludicizzazione di esperienze prima riservate a pochi conoscitori della materia.

alt= Dante Alighieri
Ale Guzzetti, Dante Alighieri

Percorrendo le sale della della mostra, la nostra mente non ha il tempo di distrarsi perché i quadri ci guardano e ci seguono con lo sguardo, le linee rette al nostro passaggio cambiano forma e nulla è esattamente come appare all’inizio. Alcuni semplici quadri contenenti circuiti elettrici emettono musica elettronica al passaggio della mano, e il ritmo e l’intensità variano in base alla velocità del movimento così che ogni spettatore diviene autore di composizioni diverse, dal fascino magnetico.

 

Calchi in gesso di sculture classiche scrutano impassibili i volti di robot provvisti di sensori di movimento, in grado di piegare il collo, fare l’occhiolino o cercare ripetutamente di baciare il proprio compagno meccanico troppo lontano da raggiungere.

 

alt= Ale guzzetti vs Michelangelo

Ci troviamo così, senza alcuno schermo, davanti a ciò che l’uomo ha sperimentato e creato nell’ultimo secolo, da un lato la tradizione, il volto di Michelangelo, dall’altro una sterile macchina di circuiti robotici dagli occhi languidi.

E poi c’è l’uomo in carne, ossa e sentimenti, con una missione da portare avanti. Non dimenticare la propria storia, non sottovalutare i progressi che permettono oggi di vivere in un mondo così veloce e interattivo e rispettare e amare, prima di tutto, l’autenticità dell’essere umano.

Questo il messaggio ammonitore dell’opera più rappresentativa della mostra, la Dies Irae di Ale Guzzetti, un trittico di tre sculture col volto coperto da maschere che intonano insieme un canto gregoriano dal suono metallico e inquietante, che ha ben poco a che fare col calore della voce umana. Dunque, niente di meglio di una mostra di robotica per ricordarci ancora una volta Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

Per informazioni utili e orari si rimanda al sito del Museo

 

Cara Berlino, io me ne vado

Cara Berlino,

Io me ne vado. Me ne vado perché mi hai stravolto. Ti sembra il caso di entrare così violentemente nella carne della gente? Ti sembra il caso di avermi fatto girare per giorni qui da te senza ombrello perché il vento li spezzava tutti, e senza una meta perché da te è bello perder tempo anche quando si hanno altre cose da fare, sporcarsi di foglie e di fango e mangiare un kebab all’angolo di Revaler Strasse? Non la voglio la droga, no, niente erba, niente coca, niente speed grazie, ho detto che mangio solo un kebab mentre guardo voi che suonate, pisciate all’aperto e fermate i passanti. Prima o poi mi convinceranno se continuo a fermarmi a lungo qui.

Ho iniziato a scriverti da Shakespeare and sons, dove ho imbrattato il pc di maionese e pancetta. Ho capito che tra me e gli altri, oltre al silenzio, ci poteva essere anche questo piacevole gioco di sguardi reciproci tra una pagina e l’altra del libro che si ha sotto gli occhi. Da quando ti ho conosciuto non esco mai senza un libro nella borsa. È un po’ come uno scudo, mi serve per riempire i vuoti e distrarmi dal freddo, li trovo per strada e costano di meno delle sigarette.

Poi, cara Berlino, da quando ti conosco soffro di irrequietezza notturna. Ogni notte cerco di ricordarmi chi sono e poi finisco col pensare a chi sei tu, a cosa non ho ancora visto, a come mi sto adattando con mal celato piacere alla tua mancanza di luce, mancanza di orari, al mangio quando mi pare, mi lavo quando mi pare, mi vesto come mi pare, col maglione di seconda mano pagato 2 euro e la sciarpa in regalo.

Davanti a me nella libreria c’era un tipo con la giacca di pelle color cognac e i capelli rossi e dopo qualche ora l’ho incontrato di nuovo, poco lontano da dove eravamo seduti. Scattava foto su Oberbaumbrücke e scommetto che in alcune ci sono anche io. Ci siamo fermati a guardare insieme gli stessi angoli e le scarpe colorate appese sotto il ponte ma non abbiamo detto una parola. Quelle scarpe le ho fissate ogni giorno per un mese e ancora non riesco a spiegarmi perché ai miei occhi siano più belle e affascinanti di uno scacciapensieri.

Un po’ come te, che di veramente bello hai poco ma cavolo continuo a guardarti avidamente ogni santo giorno, da quando mi hai spedito in un plattenbaute di Marzahn, a casa con Pavlina e suo fratello, coi gruppi punk che giravano per le strade e i grandi centri commerciali sempre pieni di gente. Era un po’ triste vivere lì, te lo devo dire, ma bastava prendere una birra dal frigo e mettersi dal balcone a guardare i mulini e il verde intorno e pensare che forse era destino iniziare a conoscerti bene dalla periferia, dopo la prima settimana di bagordi a Kurfürstendamm con le australiane, l’ingegnere di Londra e il mio coinquilino liberiano.

Ti ho regalato un sacco di soldi in quei giorni, sono stata un’irresponsabile, ma volevo vivere anche i quartieri che non posso permettermi, così, perché da quando ti ho conosciuto ho deciso di fare solo quello che mi piace e di pensare alle possibilità, alle opportunità che escono fuori quando meno me lo aspetto. Un po’ come lo sfratto dall’appartamento di Marzahn e il mese di ottobre trascorso nel ridente quartiere di Moabit a casa col libanese.

Ci piaceva mangiare insieme quelle pizze croccanti come crackers e poi sciogliere le bustine di cappuccino nell’acqua bollente. Parlava solo arabo e tedesco, non potevamo fare grandi discorsi ma importava poco, ci saremmo salutati presto perché mi ero innamorata di Lichtenrade e dei suoi lunghi viali alberati.

Ma dico, Berlino, ti sei mai guardata allo specchio? Hai visto come sai essere romantica anche tu, dal binario della S-Bahn 2 in giù, con tutte quelle villette abitate da anziani? Mi piaceva svegliarmi a Lichtenrade e guardarti perdere le foglie, mentre facevo colazione con la spremuta d’arancia e la torta di mele prima di correre e prendere l’autobus sulla Yorkstraße e ritornare a pensare al tempo che passava e a quanti must della Lonely Planet non avevo ancora visto.

Sono sicura, però, che le guide per turisti non consiglino di passeggiare a Grunewald di notte, col cuore in gola per la paura di perdersi o di incontrare un malcapitato. Non consigliano nemmeno di entrare nelle case degli sconosciuti, ma non ti avrei mai conosciuto così come ti vedo ora e non avrei trovato la casa che sto lasciando, qui in Friedrichshain.

Sì, è già finita e come vedi metà delle mie cose aspettano di esser prese da qualcuno che prima di trovarle aveva timore di passare al freddo l’inverno qui da te, invece adesso avrà una coperta calda e delle scarpe da indossare.

Non so come sarà possibile ritornare a bere il caffè a casa e non pensare all’italiano di Boxhagener Platz e alla sua caffetteria all’aperto, a quel cinema/salotto dove il tempo sembrava fermato, agli spaghetti di soia delle 3 del mattino che mangiavo prima di affrontare i 4 piani di scale per arrivare qui dove sono ora. Ho disfatto il letto e pulito la stanza, Berlino, perché io me ne vado.

Me ne vado ma non è un addio. Tornerò, ora che so come prenderti, se non altro per conoscere gli altri volti che ancora non mi hai mostrato.