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Dimmi come impari una lingua e ti dirò chi sei

Nel 2010, quando mi iscrissi al corso di Lettere Classiche, pensavo che avrei studiato e tradotto solo testi di lingua greca e latina e, ovviamente, studiato linguistica e letteratura italiana.

Dopo qualche settimana dall’iscrizione scoprii che le materie che mi interessavano di più richiedevano la conoscenza di altre lingue per esser studiate bene. Iniziai da zero un corso di tedesco per umanisti erogato dall’Università e scoprii l’esistenza di una lingua molto simile al latino ma ancora parlata da milioni di persone.

I professori di greco e di glottologia ci consigliavano vivamente di leggere testi di ricercatori stranieri, e così l’apprendimento di altre lingue è diventato una necessità. Al corso di tedesco ci consigliarono un approccio su cui non avrei scommesso nemmeno un euro, Leggere il tedesco per gli studi umanistici, integrato da lunghe schede di termini settoriali da imparare e da lezioni di grammatica di base.

In poco tempo, non so come, ero quasi perfettamente in grado di leggere e capire un testo di letteratura, archeologia o filosofia. Non sapevo dire “ciao, come stai?” ma riuscivo ad analizzare la costruzione del periodo, non sapevo produrre niente di originale in lingua ma una parte dei miei problemi con i classici in tedesco si erano risolti.

Ho pensato a lungo a questo metodo di apprendimento della lingua, a mio avviso non esauriente, anche quando iniziai a frequentare altri corsi, questa volta nel Centro Linguistico dell’Università. Si accedeva attraverso dei test di livello ma ognuno dei partecipanti era diverso dall’altro, con studi e inclinazioni differenti.

Non eravamo una classe uniforme ma persone adulte con metodi di studio diversi.

Con l’avanzare di livello si evidenziavano sempre di più i nostri punti forti e le nostre difficoltà, ma l’esame lo passavamo lo stesso, a volte con un risultato identico ma che nascondeva dentro di sé la somma di voti diversi.

Dopo anni passati a confrontarmi ogni giorno con lo studio di lingue classiche e moderne, ho capito che non è possibile imparare una lingua allo stesso modo degli altri, o meglio, di fronte a un sistema comunicativo da apprendere, ognuno reagisce in modo diverso. La lezione di inglese perfetta non esiste, ci sarà sempre qualcosa che capiremo di meno. A fare la differenza è solo la tenacia e la forza di volontà.

Di recente, ho trovato delle risposte ai miei dubbi su un libro di Balboni, Fare educazione linguistica, in cui si parla di molteplici intelligenze e stili di apprendimento.

Quando impariamo una lingua non stimoliamo solo un settore del nostro cervello, ma ognuno di noi predilige un particolare tipo di intelligenza per l’apprendimento linguistico.

Tra questi tipi ricordo l’intelligenza linguistica, che si sviluppa maggiormente con la lettura e traduzione dei testi letterari, si interessa di cogliere le sfumature di significato e di scegliere le parole opportune al contesto. L’intelligenza logico-matematica, invece, si basa soprattutto sulle conoscenze grammaticali, Non si presta molta attenzione alle sfumature ma piuttosto alla costruzione delle parole e delle frasi, elaborando così un pensiero analitico e critico. L’intelligenza spaziale sfrutta le immagini e la disposizione di parole nello spazio, così come quella musicale l’apprendimento attraverso l’ascolto di testi in lingua straniera. In tutto questo, gioca spesso un ruolo fondamentale l’intelligenza personale, influenzata da un carattere introverso o estroverso.

Pensateci. Quanto influisce o ha influito il vostro carattere personale sul rendimento scolastico e sull’apprendimento di una lingua straniera?

Per quanto mi riguarda, molto, soprattutto perché il mio carattere introverso mi ha permesso di sviluppare competenze di analisi e di produzione scritta, ma ha rappresentato un ostacolo quando dovevo confrontarmi con altri in classe nella produzione orale. Ho avuto la fortuna di incontrare professoresse che mi hanno letteralmente costretto a partecipare ai giochi linguistici e alla produzione di dialoghi e di trovarmi in situazioni in cui parlare era una questione di vitale importanza all’estero.

Non bisogna fossilizzarsi su un solo aspetto ma cercare di attivare quante più intelligenze possibili, riconoscere la propria comfort zone, farsi coraggio e uscire fuori dal guscio.

Tutte queste componenti, presenti in ognuno di noi, influiscono sullo stile di apprendimento.

Lo stile analitico è quello che sfrutta maggiormente l’intelligenza logico matematica e che rifiuta attività creative poco strutturate, come l’apprendimento attraverso la produzione di testi o dialoghi immaginari. Si prediligono invece esercizi chiari e sistematici, come nello stile ideativo in cui ci si basa sulla teoria e si preferiscono esercizi di grammatica in cui è possibile applicare le regole apprese.

Un particolare tipo di apprendimento è quello esecutivo, per il quale si è predisposti a svolgere molti esercizi e a imparare dai propri errori.Si dice spesso che sbagliando si impara, ma a volte accettare di aver sbagliato non è così semplice, soprattutto quando da piccoli ci hanno terrorizzato e punito per gli errori commessi. Non tutti la prendono bene, insomma, e per questo  si fa distinzione tra chi sfrutta gli errori per imparare e chi invece li accetta difficilmente.

Un’altra contrapposizione si nota dalla tolleranza verso l’ambiguità di un testo, propria di chi ha uno stile di apprendimento globale, in grado di cogliere il significato di un testo anche quando alcuni aspetti non sono chiari, e chi invece, seguendo lo stile analitico, non accetta qualcosa di poco chiaro o che non sia in grado di spiegare attraverso delle regole.

Detto questo, vi sarà chiaro che il lavoro di chi sta in cattedra è molto più complesso di quanto si pensi, perché bisogna garantire a tutti i partecipanti di raggiungere un livello omogeneo, senza lasciare nessuno da solo.

Saper riconoscere il tipo di intelligenza su cui siamo forti ci permette di capire perché amiamo o odiamo eseguire un determinato esercizio e, allo stesso tempo, perché sforzarci di farlo sia necessario per non rimanere carenti in alcuni aspetti.

Imparare una lingua, così, diventa metafora di crescita individuale perché aiuta a forgiare il nostro carattere, a migliorare il nostro rapporto con gli altri e educa al rispetto delle regole quando ci troviamo a partecipare a quegli apparentemente ridicoli giochi dell’oca di gruppo. In questo caso, tra l’altro, influisce anche un altro fattore fondamentale nel lavoro e nello studio, il gioco, di cui parlerò un’altra volta.

E voi? Com’è stata la vostra esperienza con lo studio delle lingue?

 

 

 

 


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Breve guida di sopravvivenza per una corretta punteggiatura

Se le parole veicolano il contenuto del messaggio, la punteggiatura permette a chi lo legge di comprenderlo meglio e di leggerlo senza fatica.

Detto questo, vi sarà chiaro che, per scrivere bene, le pause sono importanti, fondamentali per cogliere quella che Ungaretti chiamava sacralità della parola.

Non c’è alcun bisogno di usare termini ricercati o costruzioni complesse. La scrittura non è un bell’ornamento da sfoggiare ma un mezzo con cui comunicare con gli altri, quindi un testo deve puntare soprattutto alla chiarezza. La punteggiatura è l’unico mezzo che abbiamo a disposizione per trasporre nella scrittura l’intonazione della lingua parlata!

Vediamo, quindi, sulla scia del primo articolo dedicato alla lingua italiana, come utilizzare al meglio i segni di punteggiatura che abbiamo a disposizione, evitando gli errori più comuni.

Il punto fermo .

Quando dobbiamo fare una lunga pausa, a conclusione di un argomento di senso compiuto, si utilizza il punto fermo . Dopo il punto è necessario iniziare la nuova frase con l’iniziale maiuscola. Sempre. Leggo spesso testi e articoli che ignorano questa semplice norma e penso che non si possa assolutamente passare oltre e ignorare questa mancanza. Un concetto altrettanto semplice ma che sembra sfuggire a molti riguarda la definizione di enunciato minimo.

Quali sono le caratteristiche necessarie per cui una frase sia completa e per questo terminabile con un punto fermo?

L’elemento da cui si deve sempre partire è il verbo. Una volta riconosciuto, è necessario conoscerne la valenza, ovvero il numero di elementi necessari per cui esso completi il suo significato. Cosa vuol dire? Che bisogna smetterla di pensare che un enunciato sia composto solo da soggetto e predicato. Il verbo dare, ad esempio, richiede tre elementi, un soggetto, un complemento oggetto e un complemento di termine, per cui la frase “X dà qualcosa a qualcuno” è un enunciato minimo.

Punto e virgola ;

Trovare un punto e virgola in un testo ultimamente è raro. Pochi li usano perché pochi ne hanno compreso il significato. Innanzitutto, dopo il punto e virgola non si ha una lettera maiuscola. Questo perché la frase, anche se compiuta, non contiene in sé tutte le informazioni che si vorrebbero dare al lettore. Per rendere il periodo meno complesso, quindi, si utilizza il punto e virgola coma una pausa intermedia. Dopo questo segno di interpunzione potremo trovare informazioni aggiuntive al concetto espresso inizialmente e, una volta che l’argomento sarà esaurito, si potrà finalmente inserire il punto fermo.

Nota bene

Negli ultimi anni, molti web writer tendono a seguire i suggerimenti di uno dei plug-in più noti di WordPress, Yoast Seo, secondo cui frasi più brevi sono più semplici e più comprensibili. Non lo dice solo il web, ma anche molti prof a scuola consigliano di non prendere spunto dalle costruzioni ciceroniane ma di preferire invece frasi brevi. Questo suggerimento va anche bene, ma ciò non significa che bisogna bandire l’ipotassi e preferire necessariamente la paratassi! Le frasi più articolate, se scritte bene, nel rispetto delle pause, non sono difficili da comprendere e, anzi, allenano il cervello a riconoscere le informazioni essenziali da quelle accessorie. Bisogna solo allenarsi!

La virgola ,

Molti si chiedono quale sia l’uso corretto della virgola, dal momento che questo segno di interpunzione oggi lo ritroviamo un po’ ovunque, quasi senza un criterio. Purtroppo, la virgola non è una mina vagante da posizionare dove si ritiene più opportuno. Per esempio, non bisogna mai utilizzare la virgola tra il soggetto e il predicato, questo perché sono due elementi che hanno la necessità di trovarsi insieme per comunicare un messaggio.

Come fare a posizionare le virgole correttamente? Vediamo alcuni esempi.

  • La virgola si usa tra un sostantivo e l’altro in un elenco o quando si ripetono più volte le stesse parole.
  • Quando la frase inizia con connettivi conclusivi come Infatti, quindi, inoltre, ecc. è consigliabile utilizzare la virgola per conferire alla frase un tono più riflessivo.
  • La virgola si usa prima delle congiunzioni come invece, benché, tuttavia, sebbene, per separare le coordinate e le subordinate.
  • È consigliabile utilizzare la virgola dopo un verbo coniugato all’imperativo, come “Siediti, per favore” e quando si invoca qualcuno.
  • Quando si inseriscono delle informazioni accessorie di cui potremmo anche fare a meno per comprendere il senso della frase. Queste informazioni “superflue” sono contenute in frasi dette anche proposizioni incidentali o parentetiche.

Due punti :

Il loro utilizzo sembra esser molto chiaro, visto che si usano per introdurre un elenco, una spiegazione o per riportare un discorso diretto, ma almeno due dubbi assillano gli scrittori: si usa la maiuscola o la minuscola dopo i due punti? Si possono usare più volte in una stessa frase?

Rispondo alla prima domanda dicendovi che di norma dopo i due punti bisogna usare la lettera minuscola. La maiuscola è contemplata con nomi propri o quando si introduce un discorso diretto. Per quanto riguarda la seconda questione, potrà sembrare strano ma in italiano è ammesso l’uso di questo segno di interpunzione più volte nella stessa frase, per specificare ulteriormente l’argomento di cui si sta parlando.

Tre punti …

I puntini di sospensione sono 3 e tali devono rimanere. Indicano, appunto, una sospensione o esitazione e dopo di essi si usa la maiuscola. Personalmente, preferisco non utilizzarli, a meno che non siano necessari per creare suspense. Noto ogni giorno che molti utilizzano i puntini di sospensione per riportare un discorso o al posto di virgole e punti nelle e-mail e nei messaggi. Quest’uso rende ogni grammarnazi molto nervoso e istiga all’omicidio qualsiasi persona interessata alla sopravvivenza della lingua italiana. Vi prego, usateli con estrema moderazione!

Punto esclamativo (!) e punto interrogativo (?)

La loro funzione è molto semplice da comprendere. Ciò che invece risulta difficile ad alcuni è capire che, quando si usano in un discorso in cui si susseguono più domande o esclamazioni, non è necessario usare la maiuscola dopo!

Oltre ai segni di cui vi ho parlato, ne esistono ovviamente altri, come il trattino o le parentesi, che ora non tratto. Se avete dei dubbi, però, scrivetemi!

P.S. Dopo i segni di punteggiatura lasciate uno spazio!

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’ortografia, questa sconosciuta!

Quando mi capita di dare lezioni di lingua italiana, noto che molti degli studenti hanno problemi soprattutto con l’ortografia.

Essendo studenti, la lacuna è ancora colmabile nella maggior parte dei casi, perché quando si è giovani e ancora dietro i banchi di scuola è più facile esercitarsi sulla lingua e migliorare in fretta. Cosa che purtroppo diventa difficile con l’avanzare degli anni.

Bisogna, quindi, cercare di risolvere i propri dubbi riguardo all’uso corretto della lingua italiana appena essi sorgono, senza paura di sembrare inadatti e impreparati. Quando si studia una nuova lingua o si perfeziona la propria, l’ignoranza è il punto di partenza verso una maggiore conoscenza dell’argomento. Quando non si interviene, si corre il pericolo di trascinarsi col tempo questi dubbi per tutta la vita, con la conseguenza che gli errori non smetteranno mai di invadere i nostri testi.

Trovare per caso un refuso su un testo è passabile, due a distanza di tante righe sono anche comprensibili, ma presentare un testo fitto di errori di ortografia induce il lettore ad abbandonare la pagina e a cambiare subito la propria opinione rispetto a chi propone un contenuto di bassa qualità.

È proprio così. Una buona ortografia ha la capacità di alzare il livello di qualità di un testo.

Ho pensato, quindi, di ribadire alcune regole di ortografia che oggi sembrano ignote ai più, sperando che possano esser utili a chi mi legge.

Qual è

Non bisogna assolutamente inserire un apostrofo tra qual ed è per una semplice ragione. In questo caso, qual non deriva dall’elisione della e finale di quale, ma è una parola tronca utilizzata soprattutto in testi poetici. La parola che subisce troncamento non vuole mai l’apostrofo. Chiarito questo, l’espressione non presenta l’apostrofo anche all’imperfetto. Ho spesso letto testi in cui la regola era rispettata soltanto con la terza persona singolare del presente e violata all’imperfetto. Vi basti ricordare che col verbo essere si usa sempre il qual tronco.

Accento acuto o accento grave?

L’accento grave, quello della è verbo, per intenderci, si usa per indicare un suono aperto, invece l’accento acuto, quello che dovreste sempre mettere su parole come perché, poiché, sé, indicante un suono chiuso. In italiano, di solito, non si segna l’accento tonico sulle parole, ovvero sulla sillaba su cui cade l’accento, a meno che non ci troviamo in casi di due omografi il cui significato potrebbe non esser chiaro nel contesto in cui è utilizzato.

Gli accenti da evitare assolutamente

Su parole come sto, sta, fu, so è vietato indicare l’accento e ve ne potreste accorgere facilmente quando scrivete su un foglio elettronico con la correzione automatica attivata. La linea rossa indica appunto che la forma con accento non è accettata nella lingua italiana!

Il verbo dare

Il verbo dare richiede un accento obbligatorio nella terza persona singolare del presente indicativo, , necessario per distinguere il verbo dalla preposizione semplice da. Detto questo, gli altri accenti sono facoltativi. Riguardo alla questione sull’accento della forma do, rimando per correttezza ad un articolo della Treccani.

È davvero difficile per un parlante italiano confondere la nota musicale do con la forma del verbo, per questo non sembra necessario dover sottolineare con l’indicazione dell’accento la presenza di un verbo. Ho letto che, ultimamente, molti insegnanti vorrebbero sfruttare l’analogia dà/dò per fissare la regola nella mente degli studenti, e magari potrebbe funzionare. Spesso, quando si studia una lingua, compromessi del genere sono necessari se per un buono scopo. Non sarebbe più semplice, però, spiegare agli studenti che l’accento ha un valore distintivo tra forma atona e tonica, focalizzandosi sulla funzione logica dei due termini? Solo un consiglio spassionato.

Non confondere l’apocope con l’accento!

Il simbolo grafico dell’accento è, appunto, l’accento acuto, grave o circonflesso. Quando si ha l’incontro tra due vocali, con conseguente caduta della prima vocale, la caduta si indica con l’apostrofo. Questo simbolo è utilizzato anche in caso di apocope, ovvero quando si verifica la caduta di vocale o di una sillaba indipendentemente dall’incontro con un’altra parola. È assolutamente sbagliato scambiare i due segni e usare l’accento nelle forme dell’imperativo come fa’, di’, o in parole come po’, mo’, be’ le quali sono il risultato della caduta della vocale finale.

Eccezione: l’unica parola che ha subito troncamento, che regolarmente non è indicato da alcun segno, presenta l’accento,  ed è piè (piede).

Elisione a fine di riga

So bene che quando si scrive su un foglio e si arriva alla fine della riga molti iniziano a sudare e a pensare a quale sia il modo più semplice per proseguire sulla riga successiva quando si ha un’elisione in corso. Molti preferiscono evitare di finire una riga con un l’apostrofo ma oggi, per motivi tipografici e visto che si ricorre spesso a questa soluzione anche quando si scrive per il web, è più che accettabile. Risulta foneticamente forzato, invece, il ripristino della vocale elisa a fine riga. Nei casi in cui sia possibile, si consiglia di ricorrere alla divisione in sillabe, spesso ignorata ma che torna utile non solo quando si scrive ma anche quando si impara a leggere una nuova lingua. Saper riconoscere le sillabe che costituiscono le parole è fondamentale per riuscire a pronunciare le lunghissime parole tedesche, ma anche per comprendere bene la fonetica inglese o francese.

Se hai dei dubbi riguardo alla divisione in sillabe, puoi anche consultare siti come questo e risolverli in tempo!

Se avete dei dubbi riguardo a queste regole che ho esposto, fatemelo sapere! Nel prossimo articolo dedicato alla lingua italiana parlerò di…Punteggiatura!

A presto!

 

 

 

 

 

 

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Momenti di pausa, scrittura come terapia #1

While Writing The Strokes – You only live once

Negli ultimi tempi soffro di iperattività.

Il mio intento principale durante la giornata è quello di avere sempre più cose da fare e di non fermarmi, non dare alla mia malinconia alcun motivo per affiorare a galla. A volte (non sempre) ascoltare di più gli altri che se stessi e svolgere quieti il proprio lavoro è un bene perché permette di applicarsi su quello che bisogna fare senza coinvolgimento emotivo, senza distrazioni.

Ovviamente, questa condizione di atarassia non può durare per sempre, un po’ come le non relazioni, prima o poi l’altro si innamora e allora la vita tranquilla di due anime che si incontrano senza sfiorarsi diventa insostenibile.

Ho bucato il palloncino in cui mi ero rinchiusa per andare avanti senza farmi domande su chi sono e cosa sto facendo, aprendo la vecchia casella di posta elettronica di Yahoo. Sono andata a ritroso nell’elenco delle email inviate fino al 2009.

L’ho fatto in un momento di pausa strappato per necessità ai ritmi serrati che non sono i miei, arrivando ad un periodo della mia adolescenza a cui oggi non rivolgo quasi mai un pensiero. Sono caduta in un vortice di ricordi che hanno fatto risvegliare alcune aree del mio io che pensavo di aver sepolto una volta per tutte, invece oggi tutto è sembrato esser di nuovo così reale, come i muscoli che mi tirano dopo le prime lezioni di pilates.

Non siamo mai come pensiamo di essere

Non ho ancora capito se dipende dal fatto che la vita che scorre per conto suo e non permette di fermarsi a osservare la propria immagine esatta riflessa sempre nella stessa acqua o perché, semplicemente, non ne avvertiamo il bisogno, fino a quando non commettiamo un errore come il mio e ci troviamo con gli occhi che a stento trattengono l’emozione, a rileggere le nostre email in Comic Sans del 2009.

In quegli anni ero un’adolescente che scriveva diari molto tristi, di quelli che si riempiono subito di inchiostro versato di getto, di sera, prima di andare a dormire. Scrivevo con foga con una mano che ancora non aveva affrontato prove più dure, come firmare correttamente il certificato della propria laurea triennale davanti al presidente della commissione tanto temuto, i contratti di affitto, le disdette, le denunce e lavori da trapezista digitale.

In quegli anni che oggi a rileggerli sembrano appartenuti a un’altra persona, penso di aver superato tutti i piccoli ma apparentemente invalicabili problemi della vita giovane che cambia e conosce il mondo al di fuori di essa sopratutto grazie ad alcune email conservate in questa casella di posta.

Nel 2009 il Liceo Classico era il luogo in cui per la prima volta ho posato uno sguardo consapevole su me stessa, per dirlo alla Yourcenar, circondata da altri sguardi che non sempre guardavano nella stessa direzione del mio. In quegli anni ho però avuto la grande fortuna di scontrarmi e poi trovare conforto in occhi di professoresse amiche che mi hanno guardato in modo diverso.

Devo a due occhi azzurri e a una fievole voce il merito di avermi fatto conoscere le Memorie di Adriano nell’inverno del 2006 e ascoltato le mie parole attraverso i quaderni dei temi per casa, a due occhi castani e un sorriso che regala pace le lacrime che ho versato a rileggere la mia confessione di fragilità e di paura di fronte a una vita che è quella che vivo ora.

Le vecchie motivazioni

Alcune incertezze dei 18 anni sono identiche a oggi, come il non sapere ancora quale sia la mia casa e la mia direzione, se preferisco il dolce al salato, e forse ci voleva proprio questo tuffo nel passato passato per ritrovare le motivazioni che a volte mancano oggi, quando di mattina rimango nel letto a pensare a un motivo valido per svegliarmi presto e togliermi il pigiama.

Uno dei motivi validi nel 2009 era l’edizione Oxford del Simposio di Platone del Dover, che la prof della corrispondenza elettronica mi aveva prestato. Dico sul serio, non sapete come quella bella edizione giallo-verde di Platone mi abbia cambiato la vita, dell’emozione di avere un’edizione critica in mano e un’amica con cui parlarne che non mi prendesse in giro per come trascorrevo i miei pomeriggi. Mi rivedo oggi china su quel vocabolario, mentre pensavo a come sarebbe stato fare questo per tutta la vita, abbandonare la certezza degli esercizi di matematica e iscriversi a Lettere Classiche, con tutte le conseguenze che questa scelta avrebbe comportato.

Nella mia vecchia posta di Yahoo leggo delle traduzioni di greco, delle perplessità riguardo agli anni che si sono succeduti con una velocità tale che mi è impossibile raccontarli, delle delusioni per amicizie finite e della paura di non esser all’altezza delle mie aspettative e dei miei sogni che mi ha stroncato non poche opportunità.

Sorrido.

Sono io, oggi non mi era chiaro, mentre pensavo che sarebbe stato meglio rimanere a dormire, lasciar perdere tutto, non riaprire quei libri, non fare quella lezione di latino, non tradurre quei documenti. Sono ancora io, adesso che mi sono fermata e uscita per un attimo dai binari che ho costruito per la mia vita, mi guardo e vedo me che nel 2010 pensavo di non riuscire a far niente di buono in una nuova città, con l’esame di Latino e Glottologia alle porte che mi avevano allontanato dalla mie quotidiane divagazioni.

Momenti di pausa

Niente negli ultimi giorni è stato più impegnativo di questo sforzo di rimanere ferma a pensare a me stessa. Ho scoperto che se la voce trema ancora quando leggo di determinati eventi della mia vita, delle mie vecchie ragioni che ora si sono materializzate in una quasi professione, allora l’insegnamento di onestà intellettuale delle mie care prof è servito a qualcosa.

Ho capito che un momento di pausa, una mattina sotto le coperte con gli occhi gonfi di sonno sono più importanti della continua corsa contro le deadline e che, se un giorno perdiamo il filo di tutto il nostro agire, ci sarà sempre un posto in cui abbiamo conservato una foto di noi stessi, un libro, una manciata di email che ci rinfrescheranno la memoria sulla domanda di sempre

Da dove veniamo?Chi siamo? Dove andiamo?

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Paul Gauguin http://www.tuttartpitturasculturapoesiamusica.com