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Breve guida di sopravvivenza per una corretta punteggiatura

Se le parole veicolano il contenuto del messaggio, la punteggiatura permette a chi lo legge di comprenderlo meglio e di leggerlo senza fatica.

Detto questo, vi sarà chiaro che, per scrivere bene, le pause sono importanti, fondamentali per cogliere quella che Ungaretti chiamava sacralità della parola.

Non c’è alcun bisogno di usare termini ricercati o costruzioni complesse. La scrittura non è un bell’ornamento da sfoggiare ma un mezzo con cui comunicare con gli altri, quindi un testo deve puntare soprattutto alla chiarezza. La punteggiatura è l’unico mezzo che abbiamo a disposizione per trasporre nella scrittura l’intonazione della lingua parlata!

Vediamo, quindi, sulla scia del primo articolo dedicato alla lingua italiana, come utilizzare al meglio i segni di punteggiatura che abbiamo a disposizione, evitando gli errori più comuni.

Il punto fermo .

Quando dobbiamo fare una lunga pausa, a conclusione di un argomento di senso compiuto, si utilizza il punto fermo . Dopo il punto è necessario iniziare la nuova frase con l’iniziale maiuscola. Sempre. Leggo spesso testi e articoli che ignorano questa semplice norma e penso che non si possa assolutamente passare oltre e ignorare questa mancanza. Un concetto altrettanto semplice ma che sembra sfuggire a molti riguarda la definizione di enunciato minimo.

Quali sono le caratteristiche necessarie per cui una frase sia completa e per questo terminabile con un punto fermo?

L’elemento da cui si deve sempre partire è il verbo. Una volta riconosciuto, è necessario conoscerne la valenza, ovvero il numero di elementi necessari per cui esso completi il suo significato. Cosa vuol dire? Che bisogna smetterla di pensare che un enunciato sia composto solo da soggetto e predicato. Il verbo dare, ad esempio, richiede tre elementi, un soggetto, un complemento oggetto e un complemento di termine, per cui la frase “X dà qualcosa a qualcuno” è un enunciato minimo.

Punto e virgola ;

Trovare un punto e virgola in un testo ultimamente è raro. Pochi li usano perché pochi ne hanno compreso il significato. Innanzitutto, dopo il punto e virgola non si ha una lettera maiuscola. Questo perché la frase, anche se compiuta, non contiene in sé tutte le informazioni che si vorrebbero dare al lettore. Per rendere il periodo meno complesso, quindi, si utilizza il punto e virgola coma una pausa intermedia. Dopo questo segno di interpunzione potremo trovare informazioni aggiuntive al concetto espresso inizialmente e, una volta che l’argomento sarà esaurito, si potrà finalmente inserire il punto fermo.

Nota bene

Negli ultimi anni, molti web writer tendono a seguire i suggerimenti di uno dei plug-in più noti di WordPress, Yoast Seo, secondo cui frasi più brevi sono più semplici e più comprensibili. Non lo dice solo il web, ma anche molti prof a scuola consigliano di non prendere spunto dalle costruzioni ciceroniane ma di preferire invece frasi brevi. Questo suggerimento va anche bene, ma ciò non significa che bisogna bandire l’ipotassi e preferire necessariamente la paratassi! Le frasi più articolate, se scritte bene, nel rispetto delle pause, non sono difficili da comprendere e, anzi, allenano il cervello a riconoscere le informazioni essenziali da quelle accessorie. Bisogna solo allenarsi!

La virgola ,

Molti si chiedono quale sia l’uso corretto della virgola, dal momento che questo segno di interpunzione oggi lo ritroviamo un po’ ovunque, quasi senza un criterio. Purtroppo, la virgola non è una mina vagante da posizionare dove si ritiene più opportuno. Per esempio, non bisogna mai utilizzare la virgola tra il soggetto e il predicato, questo perché sono due elementi che hanno la necessità di trovarsi insieme per comunicare un messaggio.

Come fare a posizionare le virgole correttamente? Vediamo alcuni esempi.

  • La virgola si usa tra un sostantivo e l’altro in un elenco o quando si ripetono più volte le stesse parole.
  • Quando la frase inizia con connettivi conclusivi come Infatti, quindi, inoltre, ecc. è consigliabile utilizzare la virgola per conferire alla frase un tono più riflessivo.
  • La virgola si usa prima delle congiunzioni come invece, benché, tuttavia, sebbene, per separare le coordinate e le subordinate.
  • È consigliabile utilizzare la virgola dopo un verbo coniugato all’imperativo, come “Siediti, per favore” e quando si invoca qualcuno.
  • Quando si inseriscono delle informazioni accessorie di cui potremmo anche fare a meno per comprendere il senso della frase. Queste informazioni “superflue” sono contenute in frasi dette anche proposizioni incidentali o parentetiche.

Due punti :

Il loro utilizzo sembra esser molto chiaro, visto che si usano per introdurre un elenco, una spiegazione o per riportare un discorso diretto, ma almeno due dubbi assillano gli scrittori: si usa la maiuscola o la minuscola dopo i due punti? Si possono usare più volte in una stessa frase?

Rispondo alla prima domanda dicendovi che di norma dopo i due punti bisogna usare la lettera minuscola. La maiuscola è contemplata con nomi propri o quando si introduce un discorso diretto. Per quanto riguarda la seconda questione, potrà sembrare strano ma in italiano è ammesso l’uso di questo segno di interpunzione più volte nella stessa frase, per specificare ulteriormente l’argomento di cui si sta parlando.

Tre punti …

I puntini di sospensione sono 3 e tali devono rimanere. Indicano, appunto, una sospensione o esitazione e dopo di essi si usa la maiuscola. Personalmente, preferisco non utilizzarli, a meno che non siano necessari per creare suspense. Noto ogni giorno che molti utilizzano i puntini di sospensione per riportare un discorso o al posto di virgole e punti nelle e-mail e nei messaggi. Quest’uso rende ogni grammarnazi molto nervoso e istiga all’omicidio qualsiasi persona interessata alla sopravvivenza della lingua italiana. Vi prego, usateli con estrema moderazione!

Punto esclamativo (!) e punto interrogativo (?)

La loro funzione è molto semplice da comprendere. Ciò che invece risulta difficile ad alcuni è capire che, quando si usano in un discorso in cui si susseguono più domande o esclamazioni, non è necessario usare la maiuscola dopo!

Oltre ai segni di cui vi ho parlato, ne esistono ovviamente altri, come il trattino o le parentesi, che ora non tratto. Se avete dei dubbi, però, scrivetemi!

P.S. Dopo i segni di punteggiatura lasciate uno spazio!

 

 

 

 

 

 

 

 

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Momenti di pausa, scrittura come terapia #1

While Writing The Strokes – You only live once

Negli ultimi tempi soffro di iperattività.

Il mio intento principale durante la giornata è quello di avere sempre più cose da fare e di non fermarmi, non dare alla mia malinconia alcun motivo per affiorare a galla. A volte (non sempre) ascoltare di più gli altri che se stessi e svolgere quieti il proprio lavoro è un bene perché permette di applicarsi su quello che bisogna fare senza coinvolgimento emotivo, senza distrazioni.

Ovviamente, questa condizione di atarassia non può durare per sempre, un po’ come le non relazioni, prima o poi l’altro si innamora e allora la vita tranquilla di due anime che si incontrano senza sfiorarsi diventa insostenibile.

Ho bucato il palloncino in cui mi ero rinchiusa per andare avanti senza farmi domande su chi sono e cosa sto facendo, aprendo la vecchia casella di posta elettronica di Yahoo. Sono andata a ritroso nell’elenco delle email inviate fino al 2009.

L’ho fatto in un momento di pausa strappato per necessità ai ritmi serrati che non sono i miei, arrivando ad un periodo della mia adolescenza a cui oggi non rivolgo quasi mai un pensiero. Sono caduta in un vortice di ricordi che hanno fatto risvegliare alcune aree del mio io che pensavo di aver sepolto una volta per tutte, invece oggi tutto è sembrato esser di nuovo così reale, come i muscoli che mi tirano dopo le prime lezioni di pilates.

Non siamo mai come pensiamo di essere

Non ho ancora capito se dipende dal fatto che la vita che scorre per conto suo e non permette di fermarsi a osservare la propria immagine esatta riflessa sempre nella stessa acqua o perché, semplicemente, non ne avvertiamo il bisogno, fino a quando non commettiamo un errore come il mio e ci troviamo con gli occhi che a stento trattengono l’emozione, a rileggere le nostre email in Comic Sans del 2009.

In quegli anni ero un’adolescente che scriveva diari molto tristi, di quelli che si riempiono subito di inchiostro versato di getto, di sera, prima di andare a dormire. Scrivevo con foga con una mano che ancora non aveva affrontato prove più dure, come firmare correttamente il certificato della propria laurea triennale davanti al presidente della commissione tanto temuto, i contratti di affitto, le disdette, le denunce e lavori da trapezista digitale.

In quegli anni che oggi a rileggerli sembrano appartenuti a un’altra persona, penso di aver superato tutti i piccoli ma apparentemente invalicabili problemi della vita giovane che cambia e conosce il mondo al di fuori di essa sopratutto grazie ad alcune email conservate in questa casella di posta.

Nel 2009 il Liceo Classico era il luogo in cui per la prima volta ho posato uno sguardo consapevole su me stessa, per dirlo alla Yourcenar, circondata da altri sguardi che non sempre guardavano nella stessa direzione del mio. In quegli anni ho però avuto la grande fortuna di scontrarmi e poi trovare conforto in occhi di professoresse amiche che mi hanno guardato in modo diverso.

Devo a due occhi azzurri e a una fievole voce il merito di avermi fatto conoscere le Memorie di Adriano nell’inverno del 2006 e ascoltato le mie parole attraverso i quaderni dei temi per casa, a due occhi castani e un sorriso che regala pace le lacrime che ho versato a rileggere la mia confessione di fragilità e di paura di fronte a una vita che è quella che vivo ora.

Le vecchie motivazioni

Alcune incertezze dei 18 anni sono identiche a oggi, come il non sapere ancora quale sia la mia casa e la mia direzione, se preferisco il dolce al salato, e forse ci voleva proprio questo tuffo nel passato passato per ritrovare le motivazioni che a volte mancano oggi, quando di mattina rimango nel letto a pensare a un motivo valido per svegliarmi presto e togliermi il pigiama.

Uno dei motivi validi nel 2009 era l’edizione Oxford del Simposio di Platone del Dover, che la prof della corrispondenza elettronica mi aveva prestato. Dico sul serio, non sapete come quella bella edizione giallo-verde di Platone mi abbia cambiato la vita, dell’emozione di avere un’edizione critica in mano e un’amica con cui parlarne che non mi prendesse in giro per come trascorrevo i miei pomeriggi. Mi rivedo oggi china su quel vocabolario, mentre pensavo a come sarebbe stato fare questo per tutta la vita, abbandonare la certezza degli esercizi di matematica e iscriversi a Lettere Classiche, con tutte le conseguenze che questa scelta avrebbe comportato.

Nella mia vecchia posta di Yahoo leggo delle traduzioni di greco, delle perplessità riguardo agli anni che si sono succeduti con una velocità tale che mi è impossibile raccontarli, delle delusioni per amicizie finite e della paura di non esser all’altezza delle mie aspettative e dei miei sogni che mi ha stroncato non poche opportunità.

Sorrido.

Sono io, oggi non mi era chiaro, mentre pensavo che sarebbe stato meglio rimanere a dormire, lasciar perdere tutto, non riaprire quei libri, non fare quella lezione di latino, non tradurre quei documenti. Sono ancora io, adesso che mi sono fermata e uscita per un attimo dai binari che ho costruito per la mia vita, mi guardo e vedo me che nel 2010 pensavo di non riuscire a far niente di buono in una nuova città, con l’esame di Latino e Glottologia alle porte che mi avevano allontanato dalla mie quotidiane divagazioni.

Momenti di pausa

Niente negli ultimi giorni è stato più impegnativo di questo sforzo di rimanere ferma a pensare a me stessa. Ho scoperto che se la voce trema ancora quando leggo di determinati eventi della mia vita, delle mie vecchie ragioni che ora si sono materializzate in una quasi professione, allora l’insegnamento di onestà intellettuale delle mie care prof è servito a qualcosa.

Ho capito che un momento di pausa, una mattina sotto le coperte con gli occhi gonfi di sonno sono più importanti della continua corsa contro le deadline e che, se un giorno perdiamo il filo di tutto il nostro agire, ci sarà sempre un posto in cui abbiamo conservato una foto di noi stessi, un libro, una manciata di email che ci rinfrescheranno la memoria sulla domanda di sempre

Da dove veniamo?Chi siamo? Dove andiamo?

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Paul Gauguin http://www.tuttartpitturasculturapoesiamusica.com

 

Storie di lavoro digitale 1. Quando lo stage non è formativo

Subito dopo la laurea, quando ho iniziato a pensare al lavoro, ho scoperto forse troppo tardi che le skills necessarie per districarmi nella nuova jungla in cui mi trovavo fossero “semplicemente” la capacità di parlare di sé per iscritto e a voce con una discreta sicurezza di sé, controllando la proprie emozioni, lavorare bene con la tecnologia e rimanere mentalmente attiva, non spegnermi e demoralizzarmi di fronte a nuovi requisiti di abilità e conoscenze da acquisire.

In altre parole, dopo l’Università, che, almeno in Italia, come scopo principale al di là delle mere nozioni ha lo scopo di insegnare il metodo, la formazione vera, quella che passa dalle parole ai fatti, avviene nel mondo del lavoro.

Sono ancora convinta, in base alla maggior parte delle persone che ho conosciuto, che la motivazione e l’interesse reale per un determinato ambito siano fondamentali per ottenere buoni risultati e nei tempi giusti, perché per quanto possiamo esser diligenti e ostinati, alcune strade possono non fare per noi e il tempo passato a cercare di perseguire un obiettivo che non ci entusiasma e per cui non siamo portati non ci insegna nulla, se non la rassegnazione.

Non sono pensieri buttati su carta, o meglio un blog, così, solo per ribadire l’importanza dell’inseguimento dei propri sogni, ma per raccontare il percorso tipico di un laureato nel mondo del capitalismo digitale. Lo hanno definito con questi termini altri prima di me, ma dopo alcune esperienze di sfruttamento, in cui di abilità se ne acquisivano poche, così come pochi erano i guadagni a fine mese e le soddisfazioni personali, penso che non esistano parole migliori per descrivere la realtà di chi voglia trovare un’occupazione in linea con le proprie capacità o che almeno valga la pena svolgere senza provare un senso di repulsione.

La prima proposta di lavoro per un neolaureato (ora mi concentro sull’ambito umanistico perché è quello che conosco meglio), salvo casi eccezionali, è lo stage. Lo stage, però, non è considerato dallo stato rapporto di lavoro ma mero periodo di formazione, in cui un tutor deve occuparsi delle mansioni da affidare al praticante, concedendogli quindi l’opportunità di diventare sicuro e indipendente. Alla fine dello stage, sempre secondo le regole, dovrebbe esser possibile assumere il candidato e quindi passare da un rapporto di somministrazione di conoscenze a rapporto di lavoro.

Nella realtà, molte delle offerte di stage per cui possa valere la pena candidarsi sono riservate a persone che hanno già gran parte di queste conoscenze, spesso non acquisite durante il periodo di studio base. Rimangono così a disposizione stage in cui si ha poco da imparare, se non a rispettare gli orari di ufficio e la gerarchia di un’agenzia o società e svolgere delle mansioni che nessuno posto più in alto ha più interesse di svolgere. A questo punto, i tanti stage formativi proposti, con quasi 40 ore settimanali per poco più di 500 euro mensili (nei casi migliori) a chi dovrebbero far gola?

In un mondo del lavoro coerente con la formazione e le aspettative dei giovani, a nessuno, perché il primo insegnamento che ognuno dovrebbe ricevere è che non bisogna mai scendere sotto un certo livello di compromesso, non bisogna svendere la propria forza lavoro. La svendita delle competente tuttavia persevera, vista l’esistenza di aspiranti lavoratori pronti a tutto pur di far carriera in un ambiente di lavoro che di solito negli annunci si descrive idealmente come “flessibile, giovane e dinamico, aperto alla continua formazione” e poi si traduce con un ufficio in cui il sistema operativo più aggiornato è XP, le videoconferenze sono creazione del demonio e ognuno si arrangia a fare quel che può fino a quando non può tornare finalmente a casa.

Per il lavoro digitale le dinamiche sono molto simili, con l’aggravante che in Italia queste professioni non sono ancora formalmente riconosciute, e si finisce per essere quello che scrive bene senza guardare la tastiera, quello che sta al computer e si diverte con non so cosa. Il webriter, quindi, secondo molte agenzie e privati si accontenta anche di 1 centesimo a parola, perché non gli pesa stare dietro uno schermo, si diverte e ama scrivere.

Non pensavo di dover ricordare ad alcuni recruiters che spesso l’amore è nutrito di sofferenza e sacrifici, ma è grazie a esperienze del genere che ho capito che spesso risulta essere più produttivo un breve periodo di volontariato, o di collaborazione occasionale, piuttosto che uno stage per un’agenzia di comunicazione che vi farà vedere solo da lontano gli strumenti del mestiere.

Non è semplice trovare l’ambiente adatto a sé, in cui svolgere un’esperienza volontaria in grado di ripagare in formazione di alto livello, ma una buona strada da seguire è quella di proporsi ad agenzie, giornali, blog che noi stessi seguiamo con attenzione perché ne amiamo l’approccio comunicativo proposto o pensiamo che potrebbe esser utile per colmare le nostre lacune. In questo caso, una collaborazione, seppur a titolo gratuito, si rivela ricca di risorse e ci aiuta a credere in noi stessi.

Mi direte: “bene, ma se non mi pagano non ha senso, meglio guadagnare almeno 1 centesimo a parola!”

E potrei allora chiederti se consideri una remunerazione del genere per un lavoro fatto male sufficiente per vivere. Non penso che riuscirai a rispondermi positivamente.

In nessuna fase della carriera svendere la propria professionalità o sopportare condizioni di lavoro che non ci fanno vivere in modo adeguato è accettabile. Mentre pensiamo di star facendo qualcosa, anche a se a basso costo e senza soddisfazioni personali, si favorisce soltanto il mercato del ribasso delle professioni umanistiche, dando spazio ad altre opportunità di sfruttamento.

Non ho certamente una risposta vincente che possa portare tutti a concretizzare le proprie aspirazioni, ma so per certo che il primo passo è capire realmente cosa si vuole diventare, cosa ci fa sentire in pace con noi stessi e non perdere mai di vista l’obiettivo, anche mentre siamo intenti a fare tutt’altro pur di mantenerci, perché una crisi è solo un momento di transizione verso un periodo migliore.

“Sono qui per una ragione ben precisa; questi momenti – il lato brutto della vita – si trasformeranno in altrettante pagine.”

John Fante, Chiedi alla polvere

Immagine di copertina: ©Arol Lightfoot  Dreams

CC BY-SA 2.0