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Un breve viaggio in Iran dal salotto di casa

Se state cercando una guida sicura che possa condurvi nei migliori angoli dell’Iran, questo non è un articolo adatto a voi. Non penso che si possa descrivere un posto attraverso un’accurata lista dei suoi angoli più belli, soprattutto un’intera nazione che è un insieme di colori, musiche e profumi diversi.

In Iran tutti questi elementi non sono sempre in armonia tra di loro, i colori e il paesaggio variano da regione a regione, le musiche e gli accenti stridono tra di loro e se non si è preparati si finisce col divenire molto confusi e perdersi per le lunghe strade che l’attraversano.

Esiste però un’armonia di fondo, qualcosa che racconta il luogo che tanti sognano e temono visitare, che è possibile iniziare a conoscere anche dalla propria casa.

Tenetevi pronti per il viaggio e preparate il vostro olfatto.

Il modo più veloce di raggiungere l’Iran è viaggiare coi suoi profumi inebrianti. Non parlo di madeleine proustiane, ma di un ottimo té da gustare in salotto, accompagnato da svariati dolci speziati, dove il baklava con pistacchi sovrasta tutti gli altri.Se penso alla prima cosa che mi ricorda l’Iran, qui nella mia casa in Italia, questa è proprio il persistente profumo del té nella casa dei miei zii e, ogni volta che lo preparo come vuole la tradizioni i km di distanza si annullano. Forse non lo sapete, ma l’Iran è uno dei maggiori produttori di tè dell’Oriente, insieme a India e Cina, in particolare di una varietà di tè nero intenso e dal gusto deciso, coltivato nelle regioni del nord di Kerman e Rasfanjan.

Non esiste iraniano che non ami il tè, e soprattutto che non ceda al rito del tè, il quale non si ferma tra le mura domestiche ma continua a esser praticato anche all’aperto, nelle sale da té (chaikhanehs) e persino nei bazar. Ogni commerciante ha con sè un bollitore su cui ripone la propria teiera, pronto a offrire una tazza della sua calda bevanda al primo interessato alla propria merce. Il té è un momento di massima condivisione e non si nega a nessuno, così come è poco consigliabile rifiutare un’offerta del genere.alt= Iran

Per prima cosa, prima di partire per questo viaggio, assicuratevi di avere abbastanza tempo a vostra disposizione, scegliete una lunga domenica pomeriggio. Non vestitevi ma rimanete in pigiama, abbigliamento prediletto dai persiani tant’è che il termine comunemente usato in italiano per indicare questo indumento deriva appunto dal farsi پايجامهpayjama e non abbiate fretta. Siate gentili con voi stessi e con chi avete intenzione di condividere questo momento, perché la gentilezza in Iran viene prima di tutto e non è pensabile non circondare di attenzioni le persone che si hanno vicino.

Bene, ora procuratevi una teiera e non immergetevi dentro una bustina di tè qualsiasi, ma delle belle foglie sfuse di tè nero e dei petali di rosa da adagiare sul filtro da ricoprire di acqua calda ma non bollente. Se avete una teiera trasparente, potrete godere di questa bevanda anche con gli occhi, perché il tè nero persiano è ben riconoscibile per il suo colore rosso intenso, visibilmente differente da un’altra varietà molto consumata in Iran, il Ceylon Tea. Non versatelo in tazze di ceramica ma in piccoli bicchieri di vetro, in modo da continuare a godere di questo rosso rubino.

Una volta pronto, non zuccheratelo ma prendete delle zollette di zucchero da posizionare tra i denti. In Iran, per non alterare il gusto originario della bevanda, si usa berla filtrandola attraverso dello zucchero grezzo oppure accompagnarla con dolci a base di pasta di mandorle, miele o zucchero in abbondanza, grazie ai quali quindi non è necessario zuccherare il tè.

Un passaggio da non saltare è la scelta dell’angolo della casa da cui gustare questa bevanda. In Iran si è soliti sedersi per terra, su un tappeto, a gambe incrociate. Quando si entra in una sala da tè o in un ristorante tradizionale, le persone del luogo non hanno problemi a consumare i propri pasti lentamente e a gambe incrociate, ma sono consapevoli che questa posizione crea un bel po’ di disagi agli occidentali, motivo per cui è possibile chiedere anche di potersi sedere su delle sedie e mangiare su tavoli occidentali.

La differenza culturale più grande tra Oriente e Occidente che il consumo del tè mi ha insegnato nel tempo è proprio il contrasto tra vita verticale e orizzontale. Il dinamismo Occidentale non è una colpa ma qualcosa che ci contraddistingue come popolo attivo e energico, in grado di rincorrere i tempi imposti da una società orientata al raggiungimento di obiettivi, gare di velocità che prevedono piccole pause dedicate ad un caffè preso al volo.

Il rituale orientale del tè, in questo caso il rituale iraniano, nasce invece da una cultura che ha costruito le sue basi su un pensiero orizzontale, alimentato da lunghe ore di ozio accompagnate da una bevanda che non permette di esser goduta di corsa, nemmeno ai frenetici abitanti di Teheran.

Quindi, concedetevi di bere una buona tazza di tè osservando la vostra casa dal pavimento, senza la rigida necessità di una sedia, e non provate a riempire questo tempo con qualcosa di utile. Il rito del tè in Iran non prevede altre attività se non l’ascolto di musica, la lettura di un libro, o l’aspirare del tabacco aromatizzato dal beccuccio di un narghilè.

Contemplata dal basso, d’improvviso ogni cosa prenderà una piega diversa, così come testimonia anche Hermann Hesse ne La nevrosi si può vincere, una raccolta di riflessioni spirituali ispirate dagli studi psicoanalitici del suo tempo sorprendentemente attuali, in cui l’autore confessa di aver trovato, se non una cura, almeno un sollievo nell’adottare alcune pratiche orientali come la meditazione o appunto, l’ozio.

Quindi, prima di partire fisicamente alla scoperta di una nazione così ricca di sfaccettature diverse, preparatevi all’arte dell’ozio, che non è perdere tempo ma non lasciarlo passare invano e prenderne coscienza.

Cara Berlino, io me ne vado

Cara Berlino,

Io me ne vado. Me ne vado perché mi hai stravolto. Ti sembra il caso di entrare così violentemente nella carne della gente? Ti sembra il caso di avermi fatto girare per giorni qui da te senza ombrello perché il vento li spezzava tutti, e senza una meta perché da te è bello perder tempo anche quando si hanno altre cose da fare, sporcarsi di foglie e di fango e mangiare un kebab all’angolo di Revaler Strasse? Non la voglio la droga, no, niente erba, niente coca, niente speed grazie, ho detto che mangio solo un kebab mentre guardo voi che suonate, pisciate all’aperto e fermate i passanti. Prima o poi mi convinceranno se continuo a fermarmi a lungo qui.

Ho iniziato a scriverti da Shakespeare and sons, dove ho imbrattato il pc di maionese e pancetta. Ho capito che tra me e gli altri, oltre al silenzio, ci poteva essere anche questo piacevole gioco di sguardi reciproci tra una pagina e l’altra del libro che si ha sotto gli occhi. Da quando ti ho conosciuto non esco mai senza un libro nella borsa. È un po’ come uno scudo, mi serve per riempire i vuoti e distrarmi dal freddo, li trovo per strada e costano di meno delle sigarette.

Poi, cara Berlino, da quando ti conosco soffro di irrequietezza notturna. Ogni notte cerco di ricordarmi chi sono e poi finisco col pensare a chi sei tu, a cosa non ho ancora visto, a come mi sto adattando con mal celato piacere alla tua mancanza di luce, mancanza di orari, al mangio quando mi pare, mi lavo quando mi pare, mi vesto come mi pare, col maglione di seconda mano pagato 2 euro e la sciarpa in regalo.

Davanti a me nella libreria c’era un tipo con la giacca di pelle color cognac e i capelli rossi e dopo qualche ora l’ho incontrato di nuovo, poco lontano da dove eravamo seduti. Scattava foto su Oberbaumbrücke e scommetto che in alcune ci sono anche io. Ci siamo fermati a guardare insieme gli stessi angoli e le scarpe colorate appese sotto il ponte ma non abbiamo detto una parola. Quelle scarpe le ho fissate ogni giorno per un mese e ancora non riesco a spiegarmi perché ai miei occhi siano più belle e affascinanti di uno scacciapensieri.

Un po’ come te, che di veramente bello hai poco ma cavolo continuo a guardarti avidamente ogni santo giorno, da quando mi hai spedito in un plattenbaute di Marzahn, a casa con Pavlina e suo fratello, coi gruppi punk che giravano per le strade e i grandi centri commerciali sempre pieni di gente. Era un po’ triste vivere lì, te lo devo dire, ma bastava prendere una birra dal frigo e mettersi dal balcone a guardare i mulini e il verde intorno e pensare che forse era destino iniziare a conoscerti bene dalla periferia, dopo la prima settimana di bagordi a Kurfürstendamm con le australiane, l’ingegnere di Londra e il mio coinquilino liberiano.

Ti ho regalato un sacco di soldi in quei giorni, sono stata un’irresponsabile, ma volevo vivere anche i quartieri che non posso permettermi, così, perché da quando ti ho conosciuto ho deciso di fare solo quello che mi piace e di pensare alle possibilità, alle opportunità che escono fuori quando meno me lo aspetto. Un po’ come lo sfratto dall’appartamento di Marzahn e il mese di ottobre trascorso nel ridente quartiere di Moabit a casa col libanese.

Ci piaceva mangiare insieme quelle pizze croccanti come crackers e poi sciogliere le bustine di cappuccino nell’acqua bollente. Parlava solo arabo e tedesco, non potevamo fare grandi discorsi ma importava poco, ci saremmo salutati presto perché mi ero innamorata di Lichtenrade e dei suoi lunghi viali alberati.

Ma dico, Berlino, ti sei mai guardata allo specchio? Hai visto come sai essere romantica anche tu, dal binario della S-Bahn 2 in giù, con tutte quelle villette abitate da anziani? Mi piaceva svegliarmi a Lichtenrade e guardarti perdere le foglie, mentre facevo colazione con la spremuta d’arancia e la torta di mele prima di correre e prendere l’autobus sulla Yorkstraße e ritornare a pensare al tempo che passava e a quanti must della Lonely Planet non avevo ancora visto.

Sono sicura, però, che le guide per turisti non consiglino di passeggiare a Grunewald di notte, col cuore in gola per la paura di perdersi o di incontrare un malcapitato. Non consigliano nemmeno di entrare nelle case degli sconosciuti, ma non ti avrei mai conosciuto così come ti vedo ora e non avrei trovato la casa che sto lasciando, qui in Friedrichshain.

Sì, è già finita e come vedi metà delle mie cose aspettano di esser prese da qualcuno che prima di trovarle aveva timore di passare al freddo l’inverno qui da te, invece adesso avrà una coperta calda e delle scarpe da indossare.

Non so come sarà possibile ritornare a bere il caffè a casa e non pensare all’italiano di Boxhagener Platz e alla sua caffetteria all’aperto, a quel cinema/salotto dove il tempo sembrava fermato, agli spaghetti di soia delle 3 del mattino che mangiavo prima di affrontare i 4 piani di scale per arrivare qui dove sono ora. Ho disfatto il letto e pulito la stanza, Berlino, perché io me ne vado.

Me ne vado ma non è un addio. Tornerò, ora che so come prenderti, se non altro per conoscere gli altri volti che ancora non mi hai mostrato.

 

 

 

Dune di Camigliano, Calopezzati

La costa degli Achei, le strade perdute dello Jonio

Se ti perdi sul tragitto che ti conduce a casa, di ritorno dalla meta del tuo viaggio estivo, se ti perdi e sei al sud, vicino al mar Jonio, preso dall’ansia di non arrivare, di non trovare le indicazioni giuste e il segnale che ti salverà dal passare una notte in auto, col volto illuminato a intermittenza dai fari degli altri viaggiatori, fermati sulla Costa degli Achei.

Terra di approdo in tempi ormai remoti di uomini dagli occhi neri e dai lunghi capelli lucenti, pelle abbronzata e sogni dal profumo di ulivo e sapore di vino pastoso e fruttato. Terra di passaggio, dominata a nord da Sibari, con la sua piana fiorente e i balneanti nelle loro case al mare di proprietà da generazioni. Scendendo più a sud, invece, la Costa degli Achei lascia spazio a terre dal sentore di agrume, sabbia di fine granito costellata da un caleidoscopio di ombrelloni.

La Costa degli Achei è quel lungo litorale inanimato che osservi stupito, mentre sei diretto altrove, lontano da dune di sabbia e di erbaccia mai estirpata. Ma se ti fermi, accosti l’auto e attraversi i binari, puoi calpestare quel terreno arido e sporcarti le scarpe di sabbia e graffiarti le gambe, mentre ti inoltri nell’erba più alta. Ma tu, viaggiatore sperduto, non fermarti.

Subito dopo la terra arida e abbandonata a se stessa, potrai trovare la spiaggia e i suoi ciottoli arrivati dalle acque del fiume e fermi sull’ingresso nel mare, come una barriera, un ultimo ostacolo che dovrai superare prima di lasciarti abbracciare dalle acque del mare Jonio.

E quell’abbraccio sarà più intimo di tanti altri che hai regalato in passato al mare che ti ha fatto compagnia per una stagione. Qui, insieme a te, ci sono i gabbiani e poi la desolazione di una costa che non conosce la folla, il rapido accalcarsi di corpi umani l’uno sull’altro per avere ognuno, secondo un universale diritto, la propria fetta di cielo e di sole.

E così mi è capitato di abbracciare il mare prima ancora che mi avvolgesse, tanta era la tenerezza che traspariva dal suo monologo con la terra, durante il cammino sul suo litorale, mentre cercavo in me le risposte da dare alla solitudine che mi circondava, al silenzio interrotto solo a tratti dalle grida degli uccelli che mi osservavano impauriti.

Raggiungo il lido di Calopezzati, piccola realtà della provincia di Cosenza, dal nome che ricorda il mestiere antico degli artigiani forgiatori di vasi o, come vuole un altro ramo della tradizione, conciatori di pelle, e scopro di non essere sola. Qui sulla spiaggia ci sono famiglie, poca musica, pochi bar. Mi avvicino ad un venditore di granite e il limone ha il gusto acidulo e piacevole del frutto spremuto. A porgermi la granita è un uomo giovane e abbronzato cui chiedo quali siano i risvolti dell’incantevole regalo poco antropizzato che mi è stato offerto sotto gli occhi, perché, soprattutto qui in Calabria, ogni bellezza nasconde altrettante ferite e alcune malattie incurabili per le quali non abbiamo trovato ancora altro rimedio se non quello di un rivolgerci altrove.

“Noi di turisti ne vediamo pochi, quelli che vengono sono quelli che tornano, a distanza di anni, con le loro famiglie, ci basta questo. Non abbiamo bisogno del clamore dei media, non abbiamo bisogno del turista che ci criticherà perché noi non siamo come altri, non siamo quelli con le infrastrutture migliori e dai con villaggi turistici premiati per intraprendenza. Noi siamo quelli col mare limpido col fondale in mostra e km di spiaggia libera che non vuole padroni oppressori, ma un futuro sostenibile per tutti noi. Vorremo esser capiti”

Ce la faranno in pochi, forse, a capire le ragioni del perché la Costa degli Achei non prende il volo, di un’economia che parte e va all’estero perché sui ciottoli del Trionto ha costruito ben poco, di strade che non aiutano a capitare se non per caso in posti di ancestrale genuinità, dove siti di importanza comunitaria, come quello delle Dune di Camigliano, possono insegnarci a vedere il mare così come sarebbe senza il nostro intervento e desiderio di rendere artificiale anche la sua bellezza.

Lo capiranno in pochi, forse, come me, che dell’estate amano la malinconia che si respira al tramonto, mentre il sole affonda ormai pallido nell’orizzonte, quando i capelli inzuppati di salsedine sono ormai quasi asciutti, i piedi ricoperti di venature di sale e la mente intenta a misurare la distanza tra questo tramonto di fine estate e il prossimo solstizio d’inverno.

Nel frattempo, ancora una volta, arrivederci fratello Jonio, incompresa Costa degli Achei, mare che per alcuni sei una promessa fatta di speranze e di inno alla vita, per altri un ricordo che stringe il cuore quando fa freddo e si è sempre in quell’altrove che cerchiamo quando non riusciamo a rimanere qui da te.

While writing: Bon Iver, For Emma

 

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Il Veneto da un Intercity notte

Pordenone. Veneto. È estate inoltrata e sono su un Intercity notte, viaggiando con un discreto ritardo sulla tabella di marcia. Sono da sola e il mio smartphone si è rotto proprio durante il viaggio.

Siete mai stati fermi su un mezzo senza connessione internet per più di 9 ore? Per alcuni, che come me con internet ci lavorano, è un po’ una tragedia, quella che non puoi raccontare nelle stories di Instagram, perché hai scelto di viaggiare di notte e su un treno senza prese di corrente. Ma, vedete, a me piacciono i treni, e soprattutto gli Intercity notte, quelli vecchi, con le cuccette che non prenoti mai perché l’avventura inizia quando ti siedi su quelle poltrone larghe e logore, con lo sguardo fisso sul finestrino a osservare come cambia il Veneto, tra una stazione e l’altra.

Guardo le persone che aspettano di salire, i saluti di chi sa che tornerà dopo mesi, forse dopo anni, chi invece alla stazione ci vive e non va da nessuna parte. Nei 5 minuti in cui il treno si ferma è l’eterno abitante della stazione che ti si avvicina, ti chiede 1 euro, una sigaretta. Me ne accendo una in attesa di ripartire. Il fumo non si allontana di molto, non c’è vento e i viaggiatori sono pochi. Sembra quasi una notte adatta per sprofondare nelle poltrone vuote del treno e dormire fino al mattino, fino alla Stazione Termini.

Un viaggio non documentato, nessuna foto, nessun like. Pazienza.

Vorrà dire che adesso, senza alcuna testimonianza, crederete alla mia storia, di come a Venezia Santa Lucia siano saliti sul treno due sposini di Bologna, ubriachi fradici. Lei con un vestito giallo pallido a fiori  sgualcito, un leggero velo bianco in testa e ai piedi delle Dr.Martens bordeaux slacciate, lui in camicia bianca quasi completamente sbottonata e la giacca in mano. Puzzano di vino e di sudore ma sono felici e inconsapevoli come due adolescenti ubriachi. Me li ritrovo seduti davanti a me, con un sorriso che mi dice guarda come stiamo messi bene.

È la nostra prima notte di nozze e siamo scappati da Bologna qui a Venezia, a vedere le luci della laguna, a fare l’amore all’aperto. Di Venezia non abbiamo visto quasi niente, ma l’abbiamo annusata. I canali sembrano un quadro, ma non avevamo voglia di arte…

La ragazza mi parla, lui l’abbraccia e ogni tanto si fermano a guardarsi profondamente negli occhi, con le mani tra i capelli dell’altro. Finisce che la conversazione si allenta e le lingue si avvinghiano, davanti a me che torno a fissare fuori i controllori, le valigie ingombranti che aspettano di esser caricate su. Caldo insistente, poca acqua rimasta da bere e due matti davanti che non vedono l’ora di avvinghiarsi su un letto.

Danny Navarro   CC BY-SA 2.0

 Ormai è notte inoltrata e non vedo quasi niente, ogni tanto penso alle belle foto che avevo scattato e a quante possibilità ho di poterle recuperare, dopo un volo in acqua del mio telefono. Riconosco la stazione da cui sono passata pochi giorni prima, di giorno, col carico di un trasloco sulle spalle. Sono a Padova e sulla mia carrozza salgono due ragazze boliviane. Scopro la loro origine perché si siedono proprio a fianco a me e mi chiedono subito se parlo spagnolo. Ci accordiamo di parlare in inglese per capirci meglio.

Anche loro due sono andate in giro per il Veneto senza una meta precisa.

  • A casa pensavamo di rimanere stupefatte alla vista di Venezia, invece arriviamo qui e scopriamo che Venezia è bella, ma è solo una città tra le tante.

-E questo vi ha deluso, cosa volevate vedere?

  • Volevamo visitare tutto quello che abbiamo visto sui libri quando studiavamo storia, arte, capisci? ma qui è un carosello di posti per cui dire bello, che bello! Capisco ora perché voi italiani dite sempre bello, è così comune la bellezza che è diventata una parola vuota, ma io lo penso sul serio.

Mentre la coppia bolognese cambia vagone alla ricerca di privacy io rimango con le due ragazze che mi offrono la loro acqua e il loro vino.

– Sai cosa mi ha fatto venire in Italia? – mi dice la ragazza che finora non ha ancora aperto bocca – questo libro qui.

Prende la borsa e tira fuori un vecchio libro dalla copertina gialla,

-Alguien que anda por ahí, conosci Julio Cortázar? Qui si parla anche di Venezia, ora ti leggo il racconto, ma è in spagnolo.

Le dico di procedere pure con la lettura perché la notte, due vagabonde come me, il vino riscaldato, Cortázar che non conoscevo e che dopo quel viaggio mi ha rapito con la sua poesia sono stati i regali migliori del Veneto offline, in cui ho scoperto che è ancora possibile condividere un viaggio sulle vecchie strade, in un vecchio vagone di treno, con persone che non conosciamo.

Scrivo questo prima di partire per un viaggio di disintossicazione dalle rete e dall’ansia da notifica che aspettavo da tempo. Connessione limitata e km di spiaggia.

Niente di meglio per un freelance che pretende a tutti i costi di esser in vacanza e di viverla non necessariamente attraverso i filtri di Instagram.

Buon viaggio e buon inizio a me e a voi viandanti!

 

Immagine di copertina: CC BY-SA 2.0 Karah Levely-Rinaldi